martedì 29 settembre 2026

Il conto aumenta.

 



La guerra in Medio Oriente ha una caratteristica che i comunicati diplomatici tendono a nascondere: prima o poi presenta il conto a chiunque.

Anche a chi non sa dove cazzo è Hormuz sulla carta geografica e magari pensa che sia una questione di petroliere, ayatollah e flotte militari.

Il conto, invece, è già arrivato.

E non arriva solo sotto forma di un litro di benzina più caro.

Arriva attraverso il camion che porta la frutta al mercato, il furgone che consegna la merce al supermercato, il tir che trasporta i prodotti industriali, il refrigerato che deve mantenere la catena del freddo.

Quando aumenta il costo per muovere ogni tonnellata di merce, alla fine qualcuno deve pagare.

E quel qualcuno, molto spesso, è l'ultimo della catena:

quel pirla del consumatore.

I numeri dell'autotrasporto italiano raccontano già una situazione pesante.

Secondo Confartigianato Trasporti, tra febbraio e settembre il prezzo industriale del gasolio, al netto delle tasse, è aumentato del 54,3%.

L'associazione stima che, da febbraio, il maggior costo del carburante abbia pesato in media per 11.200 euro in più per ciascun camion.

Un esempio rende meglio l'idea di una percentuale.

Un mezzo pesante con un serbatoio da 900 litri pagava a febbraio circa 1.504 euro per un pieno; il 14 settembre, secondo i calcoli riportati da Confartigianato, il costo era salito a circa 1.972 euro. Quasi 470 euro in più ogni volta che il camion fa rifornimento.

Minchia..sono palanche.

Ecco perché la cifra di 2.000 euro per un pieno non è una trovata giornalistica.

È praticamente già realtà per determinati mezzi e condizioni di prezzo.

Il problema è che un camion non consuma carburante per il piacere di farlo.

Consuma carburante per lavorare.

E quando il costo di produzione del servizio di trasporto aumenta, l'impresa ha davanti tre possibilità: assorbire il rincaro e ridurre il proprio margine, aumentare le tariffe oppure diminuire i viaggi.

La prima soluzione funziona per un po'.

La seconda arriva inevitabilmente ai clienti.

La terza può produrre qualcosa di ancora più fastidioso: meno mezzi disponibili, consegne più lente e maggiore pressione sui prezzi.

In Campania, a metà settembre, Conftrasporto stimava che circa il 4-5% delle imprese avesse fermato parte dei mezzi; nella regione erano circa mille i camion fermi secondo l'associazione.

Non significa che l'Italia sia rimasta senza trasporti.

Significa però che una parte degli operatori sta già cercando di reagire a costi che considera non più sostenibili.

E qui comincia l'effetto domino.

Il camion parte dal deposito con un carico di pomodori.

Il pomodoro non paga il gasolio.

Lo paga il trasportatore.

Il trasportatore lo inserisce nei costi.

Il grossista riceve una fattura più alta.

Il distributore paga di più.

Il supermercato deve decidere quanto assorbire e quanto trasferire.

Alla fine il consumatore vede soltanto il cartellino del costo al Kg.

Ed è per questo che parlare di “caro carburante” come se fosse esclusivamente un problema degli automobilisti è sbagliato.

Il carburante è un costo trasversale dell'economia.

Ogni prodotto che deve essere spostato, refrigerato, lavorato o consegnato risente dell'energia necessaria a farlo.

Naturalmente non significa che ogni aumento di prezzo al supermercato sia causato da Hormuz.

Sarebbe una semplificazione altrettanto cogliona.

I prezzi alimentari dipendono da materie prime, raccolti, salari, energia, imballaggi, domanda, margini commerciali, disponibilità dei prodotti e molti altri fattori.

Ma il trasporto aggiunge pressione.

E in una fase nella quale il sistema logistico mondiale è già sottoposto a forti tensioni, quella pressione può diventare significativa.

Lo stesso stretto di Hormuz, infatti, non è soltanto una questione petrolifera.

È uno dei principali colli di bottiglia del commercio energetico mondiale che parrucchino pannolinato ha sfidato a nome nostro. Negli ultimi giorni il traffico delle navi mercantili attraverso lo stretto è crollato rispetto ai livelli precedenti al conflitto.

Reuters ha rilevato appena due grandi navi commerciali in transito in una delle giornate monitorate, contro una media pre-conflitto di circa 125 al giorno.

E anche quando il petrolio continua a muoversi, può farlo a costi enormemente superiori.

Le deviazioni, i trasferimenti nave-nave, le scorte, le assicurazioni e i rischi militari stanno aumentando il costo complessivo del trasporto energetico.

Reuters ha riportato costi di trasporto delle grandi petroliere superiori ai 30 dollari al barile in alcune rotte.

È questa la parte della crisi che arriva lentamente nelle nostre vite.

Non necessariamente una mattina ci svegliamo e troviamo tutto raddoppiato.

Succede qualcosa di più subdolo.

Il trasportatore comincia a fare meno viaggi.

Le consegne vengono concentrate.

Un camion che prima partiva quasi vuoto viene fatto partire soltanto quando è pieno.

Un viaggio viene accorpato con un altro.

Un ordine arriva il giorno dopo.

Un altro costa qualche eurino in più.

Un'azienda rinuncia a una consegna perché non le conviene.

Un'altra aumenta il supplemento carburante.

E il sistema, nel suo complesso, diventa più costoso.

La stessa CNA Fita sta chiedendo che nei contratti venga applicata correttamente la clausola di fuel surcharge, cioè il meccanismo che consente di trasferire una parte delle variazioni del carburante sul costo del trasporto.

L'associazione chiede inoltre interventi strutturali e non soltanto misure emergenziali.

Il governo, dal canto suo, ha già previsto strumenti di compensazione.

Il ministero delle Infrastrutture ha attivato un credito d'imposta per ristorare fino al 70% della maggiore spesa sostenuta da determinate imprese di autotrasporto per il gasolio acquistato tra marzo e agosto rispetto al prezzo di febbraio.

Il problema è che un ristoro non elimina il costo: lo redistribuisce.

E infatti la domanda vera è: quanto può sopportare una filiera prima di trasferire il conto?

Perché anche il trasportatore più efficiente del mondo non può trasformare 2.000 euro di gasolio in 1.400 soltanto perché il cliente non vuole pagare di più.

Può ottimizzare le rotte.

Può riempire meglio il camion.

Può ridurre i viaggi a vuoto.

Può concentrare le consegne.

Può negoziare.

Ma il petrolio resta petrolio.

E il camion resta un camion.

La situazione italiana presenta peraltro una particolarità che rende il discorso meno intuitivo: non tutto il petrolio destinato all'Italia passa da Hormuz.

Nei primi sette mesi del 2026 soltanto il 13,4% del greggio importato dall'Italia proveniva dal Medio Oriente; il principale fornitore era la Libia.

Eppure una crisi a Hormuz influenza comunque il prezzo internazionale del petrolio e dei suoi derivati.

È il paradosso dei mercati globali: puoi comprare il tuo petrolio da un Paese che non ha nulla a che vedere con Hormuz e pagarlo comunque di più perché il prezzo internazionale incorpora il rischio di un'interruzione dell'offerta mondiale.

È come vivere in una casa che non brucia mentre il quartiere prende fuoco: magari il tuo appartamento è intatto, ma l'assicurazione aumenta, il traffico cambia, i rifornimenti diventano più difficili e tutto ciò che arriva dall'esterno costa di più.

La crisi energetica, dunque, non ha bisogno di svuotare completamente i distributori per diventare economicamente dolorosa.

Le basta rendere più costoso tutto ciò che li alimenta.

E questo è precisamente ciò che sta succedendo.

Il dato più preoccupante non è quindi che un camion possa arrivare a spendere quasi 2.000 euro per un pieno.

È che migliaia di camion, ogni giorno, devono trasformare quel pieno in prodotti, servizi e consegne.

Quando il costo del viaggio cresce, cresce il costo della merce.

Quando il margine si restringe, qualcuno deve assorbire la differenza.

Quando l'impresa non riesce più ad assorbirla, aumenta il prezzo.

E quando il prezzo aumenta abbastanza, il consumatore cambia comportamento.

È così che una guerra lontana entra nella cucina di casa.

Non con un missile.

Con lo scontrino.

E questa volta il bersaglio non è soltanto il distributore di benzina.

È l'intera catena che porta una zucchina dal campo al supermercato.

Il bello è che noi ci lamentavamo del costo lt di 1,70€ e adesso facciamo ore di coda per acquistarla a 2€ ai distributori ENI e IP mentre in autostrada se vuoi viaggiare ne molli 2,4 di €.

Se tutto va bene.. siamo rovinati.