Ragazzi,
oggi posto uno dei tanti reportage di Sergio Endrizzi legato a quel coglione
ucraino che alla guida del jet pagato da noi e dal parrucchino, ha
fatto fuoco sulla centrale elettrica del Donbass.
Donbass, la terra ingoia i vivi e restituisce i numeri
È
successo ancora, nell’indifferenza distratta di chi a migliaia di
chilometri di distanza legge i dispacci di guerra come fossero risultati
sportivi.
Nelle profondità del Donbass, dove la terra non è mai stata
generosa, un attacco aereo ucraino ha reciso i cavi della vita.
Il nero è
sceso nella miniera, e con il nero il silenzio dei ventilatori, delle
pompe, delle luci di emergenza.
Quarantuno uomini sono rimasti
intrappolati, chiusi in quel ventre di carbone che li nutre e li
tradisce, condannati a un’attesa senza coordinate. Non è un’inversione
del destino: è la logica ferrea di una guerra che ha smesso da tempo di
combattersi in superficie, tra trincee e droni, per annidarsi nelle
infrastrutture civili come un termite invisibile.
Colpire una
sottostazione elettrica non è un incidente di percorso, è una scelta di
metodo.
E il metodo, in questo conflitto slavato di ragioni e atrocità, è
quello di rendere la vita impossibile anche dove la vita si è già
ridotta a sopravvivenza.
Si
dirà che i soccorritori hanno fatto il loro dovere, e in effetti lo
hanno fatto: sono scesi nel buio umido, hanno ripristinato a mano una
linea provvisoria, hanno issato uno a uno quei corpi stanchi verso la
luce piatta dell’alba.
Quarantuno, nessun morto, un miracolo piccolo e
mediocre che i titoli dei giornali consumeranno in ventiquattr’ore.
Ma
l’errore, qui, sarebbe fermarsi alla cronaca.
Perché ciò che conta non è
il numero dei salvi, ma la ripetibilità del meccanismo: il raid
notturno, l’interruzione di corrente, l’intrappolamento, il salvataggio
eroico.
È un copione che il Donbass conosce a memoria, e che si replica
con variazioni minime in tutte le guerre asimmetriche del nostro tempo.
Colpisci ciò che tiene in piedi la società civile – l’acqua, l’energia, i
trasporti – e osserva lo Stato nemico consumare risorse per tamponare
buchi che tu puoi riaprire la notte successiva, magari dieci chilometri
più a est.
È la grammatica della logoramento, e funziona perché nessuno
ha il coraggio di chiamarla con il suo nome: terrorismo
infrastrutturale.
Osservo
la cartina del fronte e penso a ciò che un tempo si chiamava “rischio
morale”.
I minatori del Donbass non sono soldati, non indossano divise,
non impugnano armi.
Sono operai specializzati in un’economia che il
resto d’Europa ha dimenticato, uomini di carbone e silicio che scendono
ogni giorno a ottocento metri per strappare alla roccia l’energia che
scalda le case di chi li bombarda.
E questa è la contraddizione più
nauseante del conflitto: Kiev colpisce le miniere perché alimentano
l’industria bellica russa, Mosca le difende perché senza carbone non c’è
acciaio, e nel mezzo ci sono quarantuno corpi che respirano polvere e
attendono.
Nessuno dei due schieramenti ammetterà mai che il vero
obiettivo è svuotare il territorio di abitanti, trasformare il Donbass
in una terra di nessuno punteggiata da ciminiere spente e pozzi
allagati.
La guerra, si sa, è la continuazione della politica con altri
mezzi.
Ma quando la politica rinuncia a un progetto di pace, la guerra
diventa la continuazione dell’odio con mezzi logistici.
Eppure,
assistiamo a questa pantomima con un senso di déjà-vu che rasenta la
patologia.
Ricordo i rapporti sulle guerre jugoslave, quando si
prendevano di mira le fabbriche di tabacco a Mostar e i ponti sull’Una a
Bihać.
L’effetto era sempre lo stesso: paralizzare l’economia, indurre
la fuga, normalizzare la distruzione.
Oggi i droni hanno sostituito
l’artiglieria pesante, i social media amplificano i salvataggi in
diretta, ma la sostanza non cambia.
Si colpisce un trasformatore, si
attende che i soccorritori si mobilitino, si guarda il nemico
dissanguare le sue già magre casse per trarre fuori dalla terra uomini
che, in una guerra tradizionale, sarebbero prigionieri o profughi.
Qui
invece sono ostaggi inconsapevoli di un’architettura perversa: più
civili restano in zona, più il loro salvataggio diventa spettacolo, più
si legittima la presenza militare di chi dice di proteggerli.
È il
circolo vizioso che trasforma i minatori del Donbass in pedine su una
scacchiera dove l’unica mossa vincente è non giocare.
Ma
non giochiamo, e questo è il punto.
L’Europa e gli Stati Uniti
mandano fondi, la Russia mobilita uomini.
E nel frattempo quarantuno
uomini hanno rivisto la luce, hanno abbracciato mogli e figli, berranno
un tè amaro in una casa con i vetri rotti.
La loro salvezza è una
statistica, non una redenzione.
Perché domani, o dopodomani, un altro
attacco colpirà un’altra sottostazione, e altri uomini resteranno in
fondo a un pozzo, e altri soccorritori scenderanno nel fango.
E noi, da
buoni intellettuali occidentali, scriveremo editoriali come questo,
virtuosi e inutili, celebrando l’eroismo dei singoli mentre ignoriamo la
sistematica eliminazione delle condizioni materiali della vita civile.
È
questo il vero scandalo del Donbass: non la crudeltà degli eserciti, ma
la nostra capacità di commuoverci per i salvataggi e di restare
indifferenti di fronte alla logica che li rende necessari.
Ci
sono guerre che si vincono con le battaglie, e guerre che si vincono
con l’usura.
Questa seconda specie è la più infame, perché non offre
eroi né nemici chiari, solo una lenta asfissia.
I minatori salvati ieri
lo sanno: torneranno giù, perché il carbone non aspetta e il silenzio
del pozzo è il loro unico stipendio.
I loro soccorritori lo sanno: la
prossima volta potrebbe non esserci un cavo di riserva, o un turno di
riposo, o la fortuna di un allarme anticipato.
E noi, seduti nelle
redazioni calde di Parigi, Berlino o Roma, lo sappiamo meglio di tutti:
tra una settimana nessuno ricorderà il numero 41.
Si parlerà di altro,
di elezioni, di gasdotti, di nuove sanzioni.
E nel Donbass,
nell’oscurità di una miniera ancora parzialmente in funzione, un uomo
accenderà la lampada frontale e farà il segno della croce prima di
premere l’interruttore della ruspa.
Perché la guerra, alla fine, non è
mai la sospensione della routine.
È la routine che diventa una forma di
coraggio muto, quotidiano, anonimo. E noi che raccontiamo non possiamo
che inchinarci a questa bassezza sublime, e poi cambiare paragrafo.