giovedì 9 aprile 2026

Tempo passato nel cesso.

 

Mi dici quanto tempo passi in bagno durante la tua attivitè lavorativa?

Spero Tu sappia che il tempo passato in bagno è considerato dall'azienda un furto di produttivita e quindi gli uffici sono progettati con bagni scomodi per limitare questo “tempo perso”.


Tu non sei pagato per esistere.

Sei pagato per produrre.

Ogni minuto che il tuo corpo ti costringe a dedicare a funzioni non produttive è un minuto in cui l'azienda ti sta pagando per non fare un cazzo.

È un costo vivo, un buco nel foglio di calcolo.

Non stai solo occupando una postazione di lavoro.

Stai consumando risorse, acqua, elettricità, carta igienica, mentre il tuo cervello, l'unico organo che all'azienda interessa, è impegnato in un'attività che non genera profitto.

L'azienda non ti vede come un essere umano con un sistema digestivo.

Ti vede come un'unità di produzione con un difetto di progettazione, un bug biologico che causa tempi di inattività non programmati.

Per quanto sopra, la progettazione dei moderni bagni da ufficio non è casuale.

È una forma di ingegneria sociale ostile, una guerra psicologica a bassa intensità per costringerti a tornare alla tua scrivania.

Le luci al neon, fredde e spietate, non sono scelte per risparmiare. Sono scelte per creare un ambiente sterile e sgradevole, simile a una sala operatoria, dove è impossibile rilassarsi.

Le pareti sottili, che non offrono alcuna privacy acustica, generano un'ansia sociale che ti spinge a fare in fretta.

La mancanza di prese elettriche, di mensole o di ganci per la giacca sono micro-aggressività progettate per rendere la sosta scomoda. Esistono persino brevetti per water con una seduta inclinata di 13 gradi verso il basso, un'invenzione diabolica che dopo pochi minuti rende la posizione insostenibile, affaticando i muscoli delle gambe e costringendoti ad alzarti.

Non è un caso. È un progetto.

Un angolo di seduta di 13 gradi provoca affaticamento alle gambe dopo cinque minuti.

Questa mentalità non si fermerà al design.

Il passo successivo, già in atto in alcune aziende, è la sorveglianza. Sensori sulle porte che registrano la durata di ogni visita, software che segnalano ai manager i dipendenti con "pause bagno eccessive", badge che tracciano ogni tuo spostamento.

Il bagno è l'ultima frontiera della privacy, l'ultimo buco nero di produttività che il capitalismo aziendale non è ancora riuscito a colonizzare completamente.

La battaglia non è per il tuo comfort.

È per il controllo totale del tuo tempo.

L'obiettivo finale è trasformarti in un algoritmo di carne, un'appendice della tua postazione di lavoro che, idealmente, non dovrebbe avere né fame, né sete, né tantomeno un intestino.


La guerra del Donbass,

 


Ragazzi, oggi posto uno dei tanti reportage di Sergio Endrizzi legato a quel coglione ucraino che alla guida del jet pagato da noi e dal parrucchino, ha fatto fuoco sulla centrale elettrica del Donbass.

Donbass, la terra ingoia i vivi e restituisce i numeri

È successo ancora, nell’indifferenza distratta di chi a migliaia di chilometri di distanza legge i dispacci di guerra come fossero risultati sportivi. 

Nelle profondità del Donbass, dove la terra non è mai stata generosa, un attacco aereo ucraino ha reciso i cavi della vita. 

Il nero è sceso nella miniera, e con il nero il silenzio dei ventilatori, delle pompe, delle luci di emergenza. 

Quarantuno uomini sono rimasti intrappolati, chiusi in quel ventre di carbone che li nutre e li tradisce, condannati a un’attesa senza coordinate. Non è un’inversione del destino: è la logica ferrea di una guerra che ha smesso da tempo di combattersi in superficie, tra trincee e droni, per annidarsi nelle infrastrutture civili come un termite invisibile. 

Colpire una sottostazione elettrica non è un incidente di percorso, è una scelta di metodo. 

E il metodo, in questo conflitto slavato di ragioni e atrocità, è quello di rendere la vita impossibile anche dove la vita si è già ridotta a sopravvivenza.

Si dirà che i soccorritori hanno fatto il loro dovere, e in effetti lo hanno fatto: sono scesi nel buio umido, hanno ripristinato a mano una linea provvisoria, hanno issato uno a uno quei corpi stanchi verso la luce piatta dell’alba. 

Quarantuno, nessun morto, un miracolo piccolo e mediocre che i titoli dei giornali consumeranno in ventiquattr’ore. 

Ma l’errore, qui, sarebbe fermarsi alla cronaca. 

Perché ciò che conta non è il numero dei salvi, ma la ripetibilità del meccanismo: il raid notturno, l’interruzione di corrente, l’intrappolamento, il salvataggio eroico. 

È un copione che il Donbass conosce a memoria, e che si replica con variazioni minime in tutte le guerre asimmetriche del nostro tempo. 

Colpisci ciò che tiene in piedi la società civile – l’acqua, l’energia, i trasporti – e osserva lo Stato nemico consumare risorse per tamponare buchi che tu puoi riaprire la notte successiva, magari dieci chilometri più a est. 

È la grammatica della logoramento, e funziona perché nessuno ha il coraggio di chiamarla con il suo nome: terrorismo infrastrutturale.

Osservo la cartina del fronte e penso a ciò che un tempo si chiamava “rischio morale”. 

I minatori del Donbass non sono soldati, non indossano divise, non impugnano armi. 

Sono operai specializzati in un’economia che il resto d’Europa ha dimenticato, uomini di carbone e silicio che scendono ogni giorno a ottocento metri per strappare alla roccia l’energia che scalda le case di chi li bombarda. 

E questa è la contraddizione più nauseante del conflitto: Kiev colpisce le miniere perché alimentano l’industria bellica russa, Mosca le difende perché senza carbone non c’è acciaio, e nel mezzo ci sono quarantuno corpi che respirano polvere e attendono. 

Nessuno dei due schieramenti ammetterà mai che il vero obiettivo è svuotare il territorio di abitanti, trasformare il Donbass in una terra di nessuno punteggiata da ciminiere spente e pozzi allagati. 

La guerra, si sa, è la continuazione della politica con altri mezzi. 

Ma quando la politica rinuncia a un progetto di pace, la guerra diventa la continuazione dell’odio con mezzi logistici.

Eppure, assistiamo a questa pantomima con un senso di déjà-vu che rasenta la patologia. 

Ricordo i rapporti sulle guerre jugoslave, quando si prendevano di mira le fabbriche di tabacco a Mostar e i ponti sull’Una a Bihać. 

L’effetto era sempre lo stesso: paralizzare l’economia, indurre la fuga, normalizzare la distruzione. 

Oggi i droni hanno sostituito l’artiglieria pesante, i social media amplificano i salvataggi in diretta, ma la sostanza non cambia. 

Si colpisce un trasformatore, si attende che i soccorritori si mobilitino, si guarda il nemico dissanguare le sue già magre casse per trarre fuori dalla terra uomini che, in una guerra tradizionale, sarebbero prigionieri o profughi. 

Qui invece sono ostaggi inconsapevoli di un’architettura perversa: più civili restano in zona, più il loro salvataggio diventa spettacolo, più si legittima la presenza militare di chi dice di proteggerli. 

È il circolo vizioso che trasforma i minatori del Donbass in pedine su una scacchiera dove l’unica mossa vincente è non giocare.

Ma non giochiamo, e questo è il punto. 

L’Europa e gli Stati Uniti mandano fondi, la Russia mobilita uomini. 

E nel frattempo quarantuno uomini hanno rivisto la luce, hanno abbracciato mogli e figli, berranno un tè amaro in una casa con i vetri rotti. 

La loro salvezza è una statistica, non una redenzione. 

Perché domani, o dopodomani, un altro attacco colpirà un’altra sottostazione, e altri uomini resteranno in fondo a un pozzo, e altri soccorritori scenderanno nel fango. 

E noi, da buoni intellettuali occidentali, scriveremo editoriali come questo, virtuosi e inutili, celebrando l’eroismo dei singoli mentre ignoriamo la sistematica eliminazione delle condizioni materiali della vita civile. 

È questo il vero scandalo del Donbass: non la crudeltà degli eserciti, ma la nostra capacità di commuoverci per i salvataggi e di restare indifferenti di fronte alla logica che li rende necessari.

Ci sono guerre che si vincono con le battaglie, e guerre che si vincono con l’usura. 

Questa seconda specie è la più infame, perché non offre eroi né nemici chiari, solo una lenta asfissia. 

I minatori salvati ieri lo sanno: torneranno giù, perché il carbone non aspetta e il silenzio del pozzo è il loro unico stipendio. 

I loro soccorritori lo sanno: la prossima volta potrebbe non esserci un cavo di riserva, o un turno di riposo, o la fortuna di un allarme anticipato. 

E noi, seduti nelle redazioni calde di Parigi, Berlino o Roma, lo sappiamo meglio di tutti: tra una settimana nessuno ricorderà il numero 41. 

Si parlerà di altro, di elezioni, di gasdotti, di nuove sanzioni. 

E nel Donbass, nell’oscurità di una miniera ancora parzialmente in funzione, un uomo accenderà la lampada frontale e farà il segno della croce prima di premere l’interruttore della ruspa. 

Perché la guerra, alla fine, non è mai la sospensione della routine. 

È la routine che diventa una forma di coraggio muto, quotidiano, anonimo. E noi che raccontiamo non possiamo che inchinarci a questa bassezza sublime, e poi cambiare paragrafo.

venerdì 3 aprile 2026

Motore a gatto imburrato.

 


Stellantis ha richiamato 700.000 vetture prodotte dal 2023-2026 tipo  Peugeot (208, 2008), Citroën C3 e C3 Aircross, DS3 e DS4, Opel Corsa, Mokka, Frontera, Lancia, Fiat Grande Panda, Jeep Avenger e 4.491 Alfa Romeo Junior causa probabilità di incendio motore e quindi è il caso di riproporre l'utilizzo dei motori secondo la legge di Murphi che vado a ricordare..

Il Motore a Gatto Imburrato (anche conosciuto come BCPS - Buttered Cat Propulsion System) non è altro che una proposta per un motore che dovrebbe ricreare un'ambiente di antigravità, nonché il moto perpetuo, ed il tutto praticamente ad emissioni zero

Potenzialmente potrebbe essere un invenzione di parrucchino giallo questo  motore ecologico perfetto in quanto ne ha tutte le caratteristiche..

Le sue potenzialità sono talmente ampie da aver superato nella graduatoria delle scoperte più brillanti il motore a bestemmie (il quale notoriamente sfrutta le onde sonore delle bestemmie generate da un gruppetto di ultra-ottantenni sprovvisti della licenza di quinta elementare, durante una partita di briscola in un'osteria di montagna).

Se il precedente motore aveva bisogno, come carburante, di litri di rosso e caffé corretti (o nella versione ottimizzata di correzioni senza caffé), questo nuovo marchingegno ha bisogno, oltre ovviamente al gatto, di fette di pane (vanno bene anche fette tostate) e di burro (o marmellata).

Materiale necessario:

Un Gatto (anche senza microchip).. 


Una fetta di Pane (va bene anche tostato) imburrato.. 

 una corda diametro 4-6 mm resistente ..


Schema tecnico applicativo..

Il suo funzionamento si basa su due leggi fondamentali:

1. Legge di Murphy sul pane imburrato:
Una fetta di pane imburrato cadrà sempre dalla parte del burro.

2. Moto di Caduta Libera dei Corpi Felini:
Un gatto atterrerà sempre sulle sue zampe.

L'idea alla base di questo motore, che sfrutta le due leggi qui sopra, è quella di incollare o legare una fetta di pane imburrato alla schiena del gatto. 

A questo punto ci si può chiedere.. che minchia succede al sistema “gatto + fetta di pane imburrato” se questo viene lasciato cadere?

Ipotesi A: il gatto tocca terra con le zampe.

Impossibile perché violerebbe la legge di Murphy che costringe la fetta di pane a cadere dalla parte imburrata.

Ipotesi B: il gatto cade dal lato del burro.

Impossibile perché violerebbe la Legge di Caduta Libera dei Corpi Felini.

Conclusione: Il gatto non può cadere!

Cerco di spiegare intuitivamente quello che succede: 

nella caduta il pane imburrato, obbedendo alla legge di Murphy cercherà di posizionarsi in basso, ma il gatto seguendo la dinamica descritta nella Legge di Caduta Libera dei Corpi Felini cercherà di raddrizzarsi. 

Queste due forze faranno sì che il gatto cominci a ruotare attorno a se stesso (ottenendo tra l'altro il moto perpetuo), senza mai toccare terra.

Ecco dunque costruito in un solo colpo un congegno antigravitazionale ed un generatore di moto perpetuo

Resta da definire la sua stabilità nel tempo: 

non è affatto detto che il gatto rimanga fermo, inoltre la velocità di rotazione tenderà ad aumentare, per effetto delle due forze, dunque l'attrito con l'aria scalderà il sistema (come le macchine di Stellantis) facendo sciogliere il burro o uccidendo il gatto.


Miglioramenti secondo parrucchino giallo..

Una variante può essere anche quella di sfruttare la seguente legge:

Legge di Repulsione tra Felini e Liquidi
Un gatto rifugge sempre l'acqua.

Mettendo dunque una tinozza d'acqua (possibilmente quella del lavaggio piedi dopo escursione alla grotta del piombo LC) in direzione perpendicolare sotto al gatto, si è praticamente sicuri che il gatto resterà in aria.

In un'ulteriore variante il dispositivo può essere ottimizzato grazie ad un elemento catalizzatore: un tappeto persiano di inestimabile valore acquistato su Temu; infatti in base alla seguente proposizione:

Corollario alla Legge di Murphy:
La probabilità che il pane cada sul lato imburrato cresce con il costo del tappeto.

Si ha infatti che la probabilità è pari a:

P = 1 - exp(- cost * p)

la quale dunque tende a 1 (evento praticamente certo) per p (il prezzo del tappeto) molto elevato.

Questo praticamente elimina il problema delle (poche) eccezioni sperimentali alla legge di Murphy, a causa delle quali ci sarebbe stata la possibilità che il pane cadesse dal lato non imburrato,

Ora portate la vostra nuova auto da Stellantis che in 30 minuti sistemeranno l'inconveniente dovuto a due dadi di bloccaggio che sono stati sostituiti per l'economia di scala, al posto di quelli costosi con lamella antivibrazione e la probabile perdita di carburante che poteva creare incendi al contatto col motore caldo sarà eliminata.

Per l'esattezza dei modelli in richiamo sono questi...

  • Alfa Romeo Junior, prodotte dal 11 luglio 2024 al 22 aprile 2025.

  • Citroën C3, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C4, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C4X, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C5, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C5 Aircross, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C5X, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën Basalt, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025.

  • DS3, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 13 maggio 2025.

  • DS4, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 13 maggio 2025. 

  • Fiat 600, prodotte fra il 9 febbraio 2024 e il 17 maggio 2025

  • Fiat Grande Panda, prodotte fra il 9 febbraio 2024 e il 17 maggio 2025.

  • Lancia Ypsilon, prodotte dal 18 marzo 2024 al 22 aprile 2025.

  • Opel Astra, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Opel Frontera, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Opel Grandland V2, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Opel Grandland X, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Opel Mokka, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Peugeot 208, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 2008, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 308, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 3008, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 408, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 5008, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025. 

    Ricordo che non serve recarsi fisicamente presso la rete service per verificare se la propria vettura è oggetto di richiamo.

    Se non si è ricevuto alcun avviso, è sufficiente consultare le pagine web dei produttori dedicati ai richiami e inserire il VIN del proprio veicolo.

     


mercoledì 1 aprile 2026

Resenteeism.

 

Nel mondo del lavoro non tutto va verso il punto giusto e consapevole dal fatto che si lavora per vivere e non si vive per lavorare, al giorno d'oggi si è fortunati nel ritrovo di una posizione lavorativa ma occorre evitare il resenteeism.

Questo neologismo descrive la condizione di chi rimane nel proprio posto di lavoro pur provando risentimento, frustrazione o aperta ostilità verso l’azienda, i colleghi o le mansioni svolte.

A differenza del “quiet quitting” – il fenomeno di chi fa il minimo indispensabile senza slancio – il “resenteeism” descrive chi resta fisicamente presente ma emotivamente avvelenato.

E ha un costo invisibile aggiuntivo.. chi lo pratica diffonde malcontento, sabota, consapevolmente o meno, progetti e relazioni, trasformando l’ufficio in un teatro di ostilità passivo-aggressiva.

Il termine è stato coniato per descrivere una condizione che molti lavoratori conoscono bene.. quella di chi non può permettersi di lasciare il lavoro, ma non sopporta più ciò che fa.

Un conto è fare il minimo indispensabile, come nel quiet quitting. Un conto è restare attivamente risentiti, arrabbiati, rancorosi, incazzati come iene

E questo risentimento, a differenza della semplice demotivazione, non resta dentro.. si riversa sugli altri.

Critiche continue, pettegolezzi, boicottaggio silenzioso dei progetti, un’atmosfera pesante che avvelena l’intero ambiente di lavoro.

Le cause del resenteeism sono molteplici.

Salari bassi, carichi di lavoro eccessivi, mancanza di riconoscimento, ambienti tossici, conflitti irrisolti con i superiori.

Ma anche, più in generale, la sensazione di essere intrappolati in un lavoro che non si ama, senza possibilità di cambiare.

In un’epoca di precarietà, molti lavoratori non possono permettersi di mollare, e così restano.

E restando, il risentimento cresce, fino a diventare una presenza costante, un veleno che si diffonde.

Gli psicologi del lavoro lanciano l’allarme.. il resenteeism non è solo un problema per chi lo pratica, ma per l’intera organizzazione. Perché chi è risentito non si limita a non dare il massimo: attivamente ostacola il lavoro degli altri, crea conflitti, abbassa il morale.

E il costo, per l’azienda, è altissimo.. perdita di produttività, aumento del turnover, assenteismo, deterioramento del clima.

Un solo lavoratore risentito può avvelenare un intero team”, spiega una psicologa del lavoro.

La sua negatività si trasmette come un virus”.

Ma come si esce dal resenteeism?

Per gli esperti, la prima cosa è riconoscere il problema.

Ammettere di essere risentiti, e chiedersi perché.

Poi, cercare di cambiare ciò che si può cambiare.. parlare con i superiori, chiedere maggiore flessibilità, cercare un nuovo ruolo all’interno dell’azienda.

Se non è possibile, forse è il caso di valutare un cambio di lavoro, anche a costo di sacrifici.

Perché restare in un lavoro che si odia, avverte la psicologa, “fa male alla salute mentale e fisica.

E alla lunga, il prezzo da pagare è troppo alto”.

E mentre il fenomeno del resenteeism si diffonde, le aziende cominciano a interrogarsi su come prevenirlo.

Ascoltare i dipendenti, valorizzare il loro lavoro, creare un ambiente sereno, sono le prime ricette.

Ma la soluzione, forse, è più semplice di quanto sembri.. fare in modo che i lavoratori non si sentano intrappolati. \

Perché quando il lavoro diventa una prigione, il risentimento è la chiave che apre le porte dell’inferno.

L'Iran si sta arricchendo.

 


Il paradosso della guerra in Iran: Teheran si arricchisce più di prima grazie a parrucchino giallo..

C’è un’immagine, nella guerra che sta infiammando il Medio Oriente, che racconta un paradosso che nessuno aveva previsto.

È l’immagine dell’Iran che, mentre i missili cadono e i pasdaran combattono, vede aumentare le sue entrate petrolifere.

Grazie al raddoppio del prezzo del greggio, e allo stop americano alle sanzioni, Teheran ha già incassato almeno 10 miliardi di dollari in più dall’inizio del conflitto.

E con l’introduzione del pedaggio alle navi che passano per Hormuz, appena approvata dal Parlamento, il flusso potrebbe crescere ancora.

Un paradosso, appunto: la guerra che doveva indebolire l’Iran lo sta arricchendo.

I numeri parlano chiaro. 

Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, il prezzo del petrolio è salito da 80 a 115 dollari al barile.

L’Iran, che esporta almeno due milioni di barili al giorno, principalmente verso la Cina, ha visto aumentare le sue entrate di 70 dollari al barile.

Un guadagno secco di 140 milioni di dollari al giorno. 

In un mese, quasi 4 miliardi. 

E con l’aumento delle esportazioni, che hanno raggiunto i 2,5 milioni di barili al giorno, il totale sale a 5 miliardi.

E con il pedaggio di Hormuz, che potrebbe fruttare altri 5 miliardi all’anno, l’Iran potrebbe incassare fino a 10 miliardi di dollari in più nel 2026.

Il paradosso è reso possibile dalla scelta degli Stati Uniti di non colpire le infrastrutture petrolifere iraniane.

Parrucchino, che all’inizio del conflitto aveva minacciato di “obliterare” le raffinerie, ha poi deciso di concentrare gli attacchi sugli impianti militari e nucleari.

Una scelta che ha permesso all’Iran di continuare a esportare.

E con il prezzo alle stelle, le sue casse si riempiono.

E poi c’è la Cina.

Pechino, che è il principale acquirente del petrolio iraniano, ha continuato a comprare nonostante le sanzioni.

E con la guerra, ha aumentato gli acquisti, approfittando dello sconto che l’Iran offre per compensare il rischio.

Un affare per entrambi: la Cina ha il petrolio a buon mercato, l’Iran ha i dollari per finanziare la guerra.

L’introduzione del pedaggio per le navi che passano per Hormuz, approvata dal Parlamento iraniano, potrebbe aumentare ulteriormente le entrate.

Ogni petroliera che transita nello Stretto dovrà pagare 2 milioni di dollari.

E se le navi che passano saranno 10 al giorno, come prima della guerra, l’Iran incasserà altri 20 milioni di dollari al giorno.

Un flusso che, se mantenuto, frutterà 7 miliardi all’anno.

Ma c’è un’altra minaccia, forse più grave.

Gli Houthi dello Yemen, alleati dell’Iran, hanno già colpito navi nel Mar Rosso.

Se intervenissero in modo sistematico, il traffico globale di greggio si fermerebbe.

E il prezzo del petrolio salirebbe ancora.

Fino a 150, 200 dollari al barile.

Un livello che farebbe crollare l’economia mondiale.

Ma che renderebbe l’Iran ancora più ricco.

E mentre gli Stati Uniti e i loro alleati discutono su come fermare la guerra, l’Iran incassa.

Smettere di fumare.

 




Arriva il primo farmaco rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale per smettere di fumare: ecco come funziona

C’è una notizia, nel panorama della sanità italiana di queste ore, che segna una svolta nella lotta contro una delle principali cause di morte evitabile.

Il Servizio Sanitario Nazionale ha infatti inserito tra i farmaci rimborsabili un nuovo trattamento per la cessazione dal fumo a base di citisina, un principio attivo di origine vegetale estratto dal maggiociondolo (Cytisus laburnum).

La decisione, ufficializzata dall’AIFA con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, rende disponibile per i circa 12,5 milioni di fumatori italiani un’opzione terapeutica già raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e inserita nell’elenco dei farmaci essenziali.

Il meccanismo d’azione della citisina, commercializzata con il nome di Recigar, si basa su un principio farmacologico consolidato.

La molecola agisce come agonista parziale degli stessi recettori nicotinici dell’acetilcolina stimolati dalla nicotina.

In pratica, si lega ai recettori cerebrali occupandoli e impedendo alla nicotina di attivarli pienamente, riducendo così il piacere associato alla sigaretta.

Allo stesso tempo, produce un’attivazione parziale che allevia i sintomi dell’astinenza – irritabilità, ansia, insonnia e difficoltà di concentrazione – senza creare a sua volta tolleranza o assuefazione . “Agisce sugli stessi recettori della nicotina, ma con un effetto diverso: riduce il piacere associato al fumo e attenua i sintomi dell’astinenza”, spiega Claudio Leonardi, presidente della Società Italiana Patologie da Dipendenza.

Il trattamento segue un protocollo standard di 25 giorni con posologia decrescente. Si parte da 6 compresse al giorno nei primi tre giorni, riducendo gradualmente fino a 1-2 compresse al giorno nella fase finale.

L’obiettivo clinico è raggiungere la cessazione completa del fumo entro il quinto giorno dall’inizio della terapia.

Uno degli aspetti più rilevanti del farmaco è l’assenza di interazioni farmacologiche note, che lo rende particolarmente indicato per pazienti fragili, anziani o in polifarmacoterapia, cioè coloro che trarrebbero il maggior beneficio dall’abbandono delle sigarette.

L’efficacia della citisina è supportata da dati clinici significativi. Secondo uno studio condotto su 300 pazienti, con un singolo ciclo il 68,7 per cento dei fumatori aveva smesso dopo tre mesi, il 56 per cento dopo sei mesi e il 47 per cento dopo un anno.

Dati più recenti presentati al Congresso 2025 della European Respiratory Society parlano di tassi di cessazione superiori al 60 per cento dopo tre mesi di trattamento.

La molecola, nota da decenni nell’Europa dell’Est, è stata recentemente validata a livello internazionale con l’inclusione nelle linee guida OMS del 2024 e nella lista dei farmaci essenziali del 2025.

L’accesso al trattamento prevede due modalità.

Il farmaco è completamente rimborsato dal SSN quando prescritto nell’ambito di un percorso strutturato presso i centri antifumo, dove specialisti (pneumologi, cardiologi, medici di base o operatori dei SerD) possono seguire il paziente in un approccio multidisciplinare che integra la terapia farmacologica con il supporto psicologico.

In Italia sono attivi circa 110 centri antifumo, distribuiti in modo disomogeneo sul territorio.

Per chi non potesse o volesse rivolgersi a queste strutture, il farmaco rimane disponibile con prescrizione medica ma a carico del paziente, con un costo di circa 90-110 euro per l’intero ciclo .

Il quadro epidemiologico che giustifica l’intervento è impietoso.

In Italia, il fumo è responsabile di oltre 93.000 morti ogni anno e di costi sanitari diretti e indiretti superiori ai 26 miliardi di euro.

Il disturbo da uso di tabacco rappresenta la principale causa prevenibile di morte e disabilità, superando la combinazione di alcol, droghe illegali e incidenti stradali.

Il nuovo farmaco, che si affianca ad altre opzioni come cerotti, gomme e spray alla nicotina, costituisce un passo avanti nella parificazione della dipendenza da tabacco alle altre patologie croniche per le quali il Servizio Sanitario Nazionale garantisce già copertura farmacologica.




Centri antifumo:https://smettodifumare.iss.it/it/centri-antifumo/

martedì 31 marzo 2026

Mi domando e dico..

 


Sono veramente strani questi cristiani... (non che io non lo sia) stermini un popolo e non fanno una piega, pero' si indignano se viene impedita la celebrazione di una messa. 

Ma sto cazzo.. passi anni a denunciare il fatto che Israele sia uno stato di apartheid, citando tra l'altro Amnesty International, e per tutta risposta ti accusano di antisemitismo, ma poi se la polizia sionista impedisce l'accesso a una basilica, allora tuonano contro la mancanza di libertà.

Con tutto il rispetto per il cardinale Pizzaballa, anzi con tutta la mia personale stima, non credo che ciò che ha subito lui, o la comunità cristiana in "terra santa" sia anche lontanamente paragonabile alla sofferenza del popolo palestinese.

Quindi, dove minchia eravate fino a ieri ?

Vi facevate i cazzi vostri come al solito, vero?

Ancora una volta la religione annebbia le menti e le coscienze, evidentemente i seguaci di un altro culto possono anche essere sterminati, basta che non tocchino quelli che vanno in giro con il gagliardetto della vostra squadra.

Faccio un breve sondaggio e cercando di essere obbiettivi ditemi qual è il crimine peggiore?

Questo?

Oppure questo?

lunedì 30 marzo 2026

Penicillina.

 

Per la serie “NON TUTTI LO SANNO” oggi vado sulla medicina e sull'italiano che ha scoperto la PENICILLINA 35 anni prima di Alexander Fleming.

Eccola storia di questo farmaco.

Nel 1895 il medico (molisano) Vincenzo Tiberio notò che l'acqua di un pozzo contaminata da alcune muffe a Napoli sembrava proteggere i locali dalle infezioni (intestinali), pubblicando anche un fascicolo sulle proprietà battericide di quegli estratti.

Due anni più tardi, il medico francese Ernest Duchesne si spinse persino oltre, curando dei porcellini d'India dal tifo tramite l'inoculazione di muffe del genere Penicillium glaucum (quelle del gorgonzola), scrivendo una tesi al riguardo.

Ciò malgrado, più che l'intuizione, la scienza premia chi la dimostra e, soprattutto, chi cambia il corso della storia in direzione del sacro bene della specie umana.

E piaccia o meno, in questo caso il premio va di diritto a uno scozzese laconico e disordinatissimo di nome Alexander Fleming¹.

Un medico formidabile (la sua più grande dote era proprio l'osservazione pragmatica di ciò che gli altri scartavano) quanto eccentrico, come quasi tutti a questo livello.

Nel tempo libero, ad esempio, amava dipingere quadri utilizzando colonie di batteri (vivi) con pigmentazioni diverse come colori su tela.

Adesso, calcola che, anni prima di scoprire la celeberrima muffa, il buon Alexander era alle prese con un fortissimo raffreddore nel suo laboratorio all'ospedale di Saint Mary a Londra.

E mentre lavorava con alcune colture batteriche di Micrococcus luteus, accidentalmente una goccia del suo muco cadde su una delle piastre…

Un ricercatore mediocre avrebbe imprecato e gettato tutto nella stufa.

Lo scozzese, però, decise saggiamente di osservare gli effetti della contaminazione.

E nei giorni successivi fu premiato quando, non senza un certo stupore, notò che nell'area in cui era caduta la goccia di muco i batteri venivano uccisi.

Aveva appena scoperto il lisozima.

Sfortunatamente, a differenza della ben più potente penicillina, non si rivelò troppo efficace contro i patogeni più pericolosi.

Tuttavia, dimostrando l'esistenza di difese antibatteriche naturali in secrezioni come lacrime e saliva, spalancò di fatto la porta alla farmacologia moderna.


domenica 29 marzo 2026

Vacanze alle Maldive? Naaa.

 

Le Maldive. Un vero…inferno!

Ogni giorno circa 4000 turisti decidono di regalarsi una vacanza da sogno alle Maldive.

Non 40 o 400 ma 4000 al giorno!

Beh cosa c’è di male? Penserete, è un vero paradiso! Si trovano decine di locandine in agenzia di viaggi, le sue foto sono immortalate su diverse riviste.

Quando si pensa alle vacanze è un luogo comune citarle, come ambita meta turistica se solo si avessero i fondi per farlo.

Le Maldive sono un Paese tropicale nell’Oceano Indiano composto da 26 atolli ad anello formati da più di 1000 isole coralline.

Queste isole sono famose per le spiagge, le lagune di acqua blu e le lunghe barriere di corallo.

La capitale è Malé ed ospita un mercato del pesce molto frequentato, ristoranti e negozi.

Ma non tutti guardano il retro della medaglia.

Prima del grande boom turistico, gli abitanti, per lo più pescatori, producevano 0,3 kg di spazzatura al giorno pro capite, ma con l’avvento del turismo si è arrivati ai 7kg per turista al giorno, e ne arrivano mediamente 4000 tutti i giorni dell’anno!

Ma cosa fare di queste nuove tonnellate di spazzatura prodotta?

Data l’ubicazione degli atolli sarebbe impensabile trasportarle quotidianamente sulla terra ferma, costerebbe una fortuna.

Limitare il turismo?

Meno che mai è l’unica fonte di reddito degli abitanti che stanno a loro volta vivendo un boom economico/consumistico, importando di tutto e da ogni parte del mondo.

Alcuni abitanti e resort bruciavano e bruciano ancora in parte la loro spazzatura sul posto usando degli inceneritori, ma la spazzatura è cresciuta a dismisura ed è un sistema non più sufficiente.

Per arginare il problema il governo di Malè ha deciso di utilizzare uno dei loro atolli come discarica a cielo aperto, sacrificando l’isola di Thilafushi a questo scopo.

Su quest’isola, ad appena 7 km dalla capitale, c’è una bomba ecologica già esplosa da anni.

Dall’isola si leva una coltre di fumo dovuta alla combustione dei rifiuti, che sono accumulati in montagne che arrivano giù fino alla spiaggia, dove onde e maree li rubano trascinandoli poi nell’oceano.

A voi le foto di questo scempio:



Chi è questo?

 




Chi è questo?...

Un idiota, consigliato da alcolizzati e sottomesso a un criminale di guerra, che sta destabilizzando il mondo.

Un anziano arrogante afflitto da demenza, che bullizza gli alleati (Canada ed Europa) e simpatizza con dittatori e autocrati.

Un incompetente, che si è circondato di incapaci ma fedeli alla sua misera persona, che scatena una guerra, sollecitato da un genocida, senza considerare le conseguenze di un tale folle gesto sul resto del pianeta.

Questo è parrucchino giallo al secolo Trump, che si affida ai consigli di un impresentabile Hegseth, autonominatosi abusivamente Segretario della Guerra.

Un pessimo Presidente, il peggiore della storia degli Stati Uniti, sottomesso al criminale contro l'umanità Netanyahu (conseguenza dei file Epstein?)

Ha attaccato l'Iran nella convinzione che fosse un videogioco ed ora, dopo aver acuito i disagi delle famiglie americane, messo in crisi l'economia mondiale e non aver cavato un ragno dal buco, non trova una via d'uscita a questa debacle.

Basi americane ridotte in cenere, paesi alleati del golfo bombardati dagli iraniani, lo stretto di Hormuz chiuso e minato, Israele bersagliata da missili e droni quotidianamente sono gli effetti dell'incompetenza sesquipedale del Presidente pregiudicato americano e della sua sottomissione al Governo di Tel Aviv.

È c'è ancora qualcuno in Italia pronto a difenderlo?

Un Presidente che ha scatenato la sua milizia ICE contro gli stessi americani, che si è arricchito a dismisura dal suo insediamento alla Casa Bianca, un misogino amico e sodale di pedofili e, adesso, responsabile di una guerra mai dichiarata di cui nessuno conosce le possibili conseguenze.

Questo è il leader dell'estrema destra mondiale; questo è il riferimento di suprematisti, razzisti, nazifascisti e autocrati dell'intero pianeta.

Questo è Trump, un pericoloso pregiudicato, narcisista, xenofobo, ignorante al quale, l'America già a novembre darà l'avviso di sfratto.

Chi è il cattivo.

 



Post di

Prof. Giovanni Sacchi

 



Iran, Trump e lo Stretto di Hormuz: chi è il “cattivo”?

«Chiariamo subito una cosa: l’Egitto chiede dai 200.000 ai 700.000 dollari per ogni transito attraverso il Canale di Suez.»

Le grandi navi portacontainer o petroliere possono superare il milione di dollari. Panama applica tariffe che vanno dai 100.000 ai 450.000 dollari per ogni transito.

Il transito delle grandi navi Neopanamax attraverso il Canale di Panama può costare fino a 500.000 dollari.

La Turchia applica tariffe per l’attraversamento dello Stretto del Bosforo. Il Canada applica tariffe per l’attraversamento della Via navigabile del San Lorenzo.

Gli Stati Uniti applicano tariffe per l’utilizzo della via navigabile del San Lorenzo. L’Iran, invece, si rifiuta da decenni di riscuotere tariffe per lo Stretto di Hormuz.

L’hanno reso gratuito! Nonostante la diffamazione, le sanzioni e l’isolamento, eppure volete farmi credere che l’Iran sia il “cattivo” in questa storia?

Il ministro degli Esteri iraniano si rivolge al mondo

***

Tutto lascia intendere che l’ultima guerra in Medio Oriente sia un’altra cosiddetta guerra messianica , ora con l’Iran, prima con l’Iraq, in realtà tutte le guerre in Medio Oriente – e oltre, inclusa l’Ucraina – sono motivate dal sionismo.

Una guerra messianica è un conflitto violento motivato da credenze teologiche o apocalittiche, volto a innescare la “fine dei tempi”, inaugurare un’era messianica o adempiere a una profezia divina.

Nel contesto della guerra israelo-palestinese, si tratta di fazioni che sfruttano il fervore religioso per giustificare l’espansione territoriale o la ricostruzione di un Terzo Tempio; un modo tipico di giustificare la spinta verso un Israele più grande, l’Israele del Popolo Eletto, generato da interminabili guerre messianiche.

Ciò che rende queste guerre il male messianico” è che l’Occidente ne è stato comprato, che esse forniscono alle potenze occidentali il quadro per perseguire un Ordine Mondiale Unico – un Governo Globale, dove guerre, conflitti e disastri artificiali causati dall’uomo, come i cambiamenti climatici e le pandemie pianificate, contribuiscono a spopolare il mondo, seguendo esattamente le orme dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite; e dove il sionismo regnerà anche sul principale sistema monetario mondiale. Il sionismo sarà il Signore della Spada che guiderà l’umanità (vedi anche Dark Souls II videogioco).

Sembra che gli Stati Uniti siano stati trascinati in questa guerra dal ricatto di Netanyahu nei confronti di Trump (tramite i documenti di Epstein), contro il parere del Congresso e dei vertici del Pentagono. Si tratta di una guerra malvagia che Israele non può vincere, nemmeno con gli armamenti sofisticati degli Stati Uniti. Ciò è chiaramente emerso nelle ultime tre settimane, dall’improvviso inizio del conflitto il 28 febbraio 2026.

Trump, seguendo il suo amico e cosiddetto “Bibi”, è andato fuori di testa promettendo l’inferno in terra all’Iran, se... Se cosa? Se l’Iran continuerà a rappresentare un grave rischio nucleare per il popolo degli Stati Uniti? E ​​che ciò avvenga durante i negoziati tenutisi a Ginevra il 26 febbraio, monitorati dall’Oman, e bruscamente interrotti dal presidente Trump che ha permesso all’amico Bibi di attaccare l’Iran, con la promessa che gli Stati Uniti avrebbero seguito l’esempio. È una tipica mossa da codardo, attaccare un Paese nel bel mezzo di negoziati di pace.

Tutto ciò si basa su una menzogna colossale, come confermato da esperti militari di tutto il mondo: anche se l’Iran avesse armi nucleari – cosa che NON ha, a differenza di Israele – non rappresenterebbe un rischio per gli Stati Uniti.

Secondo la tradizione e la cultura sciita , a cui l’Iran appartiene, una fatwa (sentenza) proibisce la produzione e l’uso di armi nucleari. Una fatwa non è semplicemente un’opinione teologica; funge da autorevole sentenza giuridica emessa dalla più alta autorità religiosa (il Marja’ al-Taqlid) e ha un notevole peso normativo, a dimostrazione della mancanza di intenzione da parte dell’Iran di perseguire lo sviluppo di armi nucleari.

Il presidente Trump e il suo ministro della Guerra Hegseth sanno cosa sia una fatwa sciita ? O semplicemente non gliene importa, come è tipico in Occidente dire che non comprendiamo e non vogliamo comprendere i valori delle altre culture?

Oltre alla dimensione religioso-filosofica, la posizione dell’Iran ha anche un chiaro fondamento giuridico: il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP), di cui l’Iran è firmatario dal 1968 e dal quale non si è mai ritirato, nemmeno dopo la Rivoluzione islamica del 1979. Al contrario, Israele non è parte del TNP; ciononostante, gli Stati Uniti e l’Occidente hanno a lungo rivolto critiche a Teheran, rimanendo in silenzio su Israele.

Quindi, chi sono i “cattivi” e chi sono i “buoni”?

Secondo Rami Igra, ex alto funzionario del Mossad israeliano, l’assassinio dei massimi leader iraniani non ha mai avuto la possibilità di innescare una rivoluzione nel Paese. In un’intervista esclusiva a RT (RT 24 marzo 2026), ha affermato che la strategia israelo-americana di decapitare la leadership iraniana nella speranza di scatenare una rivoluzione è stata un errore di valutazione” che non è riuscito a destabilizzare la Repubblica islamica. Ha inoltre dichiarato che coloro che si aspettavano che gli iraniani scendessero in piazza dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di altri alti funzionari sono rimasti profondamente delusi”.

Il signor Igra ha continuato ,

«La gente non capisce cosa sia una rivoluzione. Serve un movimento popolare, ma in Iran non c’è un movimento popolare. Serve una leadership locale, non [Reza] Pahlavi da Los Angeles», ha detto, riferendosi al figlio in esilio dell’ultimo scià iraniano, che si è proposto come alternativa all’attuale leadership clericale del paese.

Il presidente Trump potrebbe aver dato ascolto all’ex agente del Mossad, e/o potrebbe aver fiutato qualcosa di losco e aver fatto marcia indietro su una delle sue più orribili “promesse”, ovvero colpire e distruggere la rete energetica iraniana con attacchi aerei israelo-americani. Ha ordinato una sorta di “cessate il fuoco”, rinviando di cinque giorni gli attacchi previsti contro le infrastrutture energetiche iraniane, affermando che sono in corso colloqui molto buoni e produttivi” con Teheran, che proseguiranno per tutta la settimana.

Questa volta la minaccia non si riferisce all’”arsenale nucleare” dell’Iran, bensì alla sua decisione di chiudere lo Stretto di Hormuz, controllato dall’Iran, a tutte le navi nemiche, ma non a quelle delle nazioni amiche.

Ricordate che circa il 20-25% di tutti gli idrocarburi utilizzati a livello mondiale come fonte primaria di energia transita attraverso lo Stretto di Hormuz.

Tuttavia, gli osservatori politici dubitano che la “pausa di 5 giorni” di Trump abbia qualcosa a che fare con i “colloqui proficui” per la riapertura dello Stretto di Hormuz.

I funzionari iraniani insistono sul fatto che non vi sia alcun dialogo tra Teheran e Washington”, definendo le dichiarazioni di Trump una palese menzogna, un tentativo di raffreddare i mercati energetici e guadagnare tempo per i suoi piani militari. Teheran ha avvertito che prenderà di mira le infrastrutture energetiche regionali, così come gli impianti di desalinizzazione negli Stati del Golfo, sull’altra sponda del Golfo Persico, se gli attacchi statunitensi dovessero riprendere. La sopravvivenza di questi Paesi dipende dalla desalinizzazione per l’acqua potabile e dall’energia (elettrica) prodotta dal petrolio.

Il presidente Trump si contraddice nel giro di poche ore. Nel suo post su Truth Social in cui annunciava il rinvio, aveva affermato che Stati Uniti e Iran avevano avuto conversazioni molto positive e produttive” per due giorni riguardo a una risoluzione completa e totale delle ostilità in Medio Oriente”. In una successiva telefonata con la CNBC, ha descritto le discussioni come molto intense”, ha affermato che sarebbero continuate per tutta la settimana e ha espresso la speranza che si potesse raggiungere qualcosa di molto sostanziale” .

È più probabile che coloro che prendono le decisioni sulla guerra – forse la City di Londra? – siano più interessati a trarre profitto come “intermediari” che a una rapida soluzione del conflitto.

Kobeissi Letter (TKL) è una testata giornalistica piuttosto credibile che offre analisi tecniche e finanziarie su S&P 500, petrolio greggio, gas naturale, oro, obbligazioni e opzioni. TKL riporta su “X” che, entro dieci minuti da quando Trump ha affermato che Stati Uniti e Iran avevano avuto colloqui produttivi su come porre fine alla guerra (intorno alle 7 del mattino del 22 marzo), l’indice S&P 500 è balzato di 240 punti, aggiungendo letteralmente 2 trilioni di dollari al mercato. Circa 27 minuti dopo, l’Iran ha smentito categoricamente tutte le affermazioni di Trump, dichiarando che non c’è stato alcun contatto tra Iran e Stati Uniti.

Alle 8 del mattino dello stesso giorno, l’indice S&P 500 era crollato di 120 punti, bruciando circa mille miliardi di dollari , pur mantenendo un guadagno di mercato di mille miliardi. Si tratta di un’oscillazione di mercato di 3 trilioni di dollari in meno di un’ora. Dove sono finiti questi mille miliardi? Chi possiede la capacità algoritmica di trarre profitto da questi movimenti quasi istantanei? Non noi, ma i miliardari e la City di Londra.

Le stesse motivazioni, seppur meno evidenti, potrebbero essere alla base dell’infinita guerra in Ucraina. Entrambe sono orchestrate dalla City di Londra, senza alcun riguardo per la vita umana.

In una recente intervista a Odysee TV, il professor Sayed Mohammad Marandi ha affermato senza mezzi termini che Israele e gli Stati Uniti temono di attaccare l’Iran perché la rappresaglia sarebbe severa, con ripercussioni su tutte le infrastrutture energetiche e di produzione di energia elettrica delle dittature dall’altra parte del Golfo (Persico). Ha anche aggiunto che la “pausa di 5 giorni” potrebbe servire a stabilizzare temporaneamente i mercati petroliferi, senza però specificarlo, e ha fatto riferimento anche ai vantaggi finanziari derivanti dal bluff di Trump sui colloqui positivi tra Stati Uniti e Iran.

Il professor Marandi è un accademico, analista politico e professore all’Università di Teheran di origini americane e iraniane. È un noto commentatore televisivo e politico, nonché un convinto sostenitore del governo iraniano, e appare frequentemente sui media internazionali per discutere di politica estera iraniana e di negoziati sul nucleare.

Per maggiori dettagli sull’intervista, si veda il video all’interno dell’articolo di RT del 23 marzo 2027 .

Nel contesto di una potenziale carenza di idrocarburi e osservando come l’Europa si stia ancora armando per entrare in guerra contro la Russia, il presidente Putin ha affermato che l’Europa sarebbe il semaforo rosso nella fila per il gas russo; un altro chiodo nella bara del suicidio economico dell’UE.

Il Ministero degli Esteri iraniano ha recentemente esortato la popolazione ad attendere che la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei si pronunci pubblicamente sulla “fatwa” relativa alla produzione e all’uso di armi nucleari. Questo potrebbe essere un segnale, seppur velato, che Teheran potrebbe considerare un passaggio da un precedente divieto dogmatico a una potenziale revisione della propria dottrina nucleare.

Per la società sciita, in particolare all’interno del modello teocratico iraniano, le “fatwa” rivestono un significato sia religioso che politico-giuridico. Pertanto, per circa tre decenni, i funzionari iraniani hanno costantemente citato questa “fatwa” come prova dell’astensione dell’Iran dallo sviluppo di armi nucleari.

Queste prove sono state verificate annualmente dall’Agenzia delle Nazioni Unite per l’energia atomica (AEA) con sede a Vienna. Pertanto, tutte le affermazioni contrarie, come quella secondo cui l’Iran rappresenterebbe un pericolo nucleare per il popolo americano, fatte da Trump e dalle precedenti amministrazioni statunitensi, non sono altro che allarmismo e menzogne.

Tuttavia, una fatwa nella tradizione giuridica sciita non è una dottrina assoluta o immutabile. Si tratta di una sentenza teologico-giuridica che può essere rivalutata o revocata in base al mutare delle circostanze, a nuove conoscenze o a cambiamenti nel panorama politico-sicuritario.

Che questa guerra di aggressione non provocata tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran possa creare le circostanze per trasformare l’Iran, a scopo di autodifesa, in uno stato nucleare. Solo il tempo dirà chi è il “cattivo”. Le prossime mosse dell’amministrazione statunitense saranno cruciali.

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Peter Koenig è un analista geopolitico, collaboratore abituale di Global Research ed ex economista presso la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dove ha lavorato per oltre 30 anni in tutto il mondo. È autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed e coautore del libro di Cynthia McKinney “When China Sneezes: From the Coronavirus Lockdown to the Global Politico-Economic Crisis” (Clarity Press – 1 novembre 2020).

Peter è ricercatore associato presso il Centro di ricerca sulla globalizzazione (CRG). È inoltre Senior Fellow non residente presso il Chongyang Institute della Renmin University di Pechino.