Ringrazio Cesio Endrizzi per le belle parole e contraccambio immediatamente postando una delle sue relazioni che tutti dovremmo sapere ma molti non hanno ancora capito che..
A forza di assecondare Netanyahu, Trump è finito in grossi guai. La Casa Bianca cerca una via d'uscita, ma "Bibi" vuole annientare il regime. Il punto di rottura: South Pars
C'è una scena, in questa lunga e sanguinosa quinta settimana di guerra in Medio Oriente, che andrebbe conservata come perfetta sintesi del paradosso in cui si dibatte l'alleanza tra Stati Uniti e Israele quando gli obiettivi strategici dei due paesi cominciano a divergere.
È la scena di una riunione a porte chiuse alla Casa Bianca, dove Donald Trump ascolta i rapporti sull'attacco israeliano al giacimento di South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo, condiviso tra Iran e Qatar, e capisce che Netanyahu ha oltrepassato il segno. E mentre i suoi consiglieri gli spiegano che l'attacco ha messo a rischio le forniture di gas a mezza Europa, che ha fatto schizzare il prezzo del petrolio oltre i 110 dollari al barile, che le conseguenze economiche della guerra potrebbero costargli le elezioni di midterm, Trump fa marcia indietro.
Per la prima volta, prende le distanze dall'alleato, dichiarando che "gli attacchi non continueranno" e che "l'America non permetterà che il conflitto si allarghi" . Ma Netanyahu, dal canto suo, non sembra intenzionato a fermarsi. Vuole andare fino in fondo. Vuole annientare il regime.
Il punto di rottura, secondo gli analisti, è stato proprio l'attacco a South Pars.
L'operazione, condotta da Israele con il tacito assenso americano, ha colpito le strutture iraniane di Asaluyeh, innescando una reazione a catena che ha portato l'Iran a bombardare il terminale qatariota di Ras Laffan e a minacciare di colpire gli impianti energetici di Arabia Saudita ed Emirati.
Ma per Washington, l'attacco è stato un boomerang.
Il prezzo del gas è salito alle stelle, i paesi europei hanno cominciato a lamentarsi, e le compagnie energetiche americane hanno dovuto fare i conti con un'impennata dei costi di trasporto che rischia di erodere i loro margini di profitto.
E mentre Trump cercava di limitare i danni, Netanyahu dichiarava che "la guerra non finirà finché l'Iran non avrà perso la capacità di minacciare Israele" .
L'analisi di Stefano Stefanini, diplomatico di carriera ed ex rappresentante permanente dell'Italia presso la Nato, è spietata nel mostrare la divergenza tra i due leader.
"Netanyahu rappresenta un rischio alla sicurezza della nazione israeliana e alla stabilità internazionale", ha detto in un'intervista. "Ma è un leader razionale. Lucido. Calcola.
Non così Trump, la cui instabilità mentale e inaffidabilità ne fanno oggi il maggior problema transatlantico e occidentale".
Parole che suonano come una condanna, ma che fotografano una realtà: mentre Netanyahu segue una strategia chiara, seppure spietata, Trump sembra brancolare nel buio, passando dalla minaccia di "far esplodere l'intero giacimento di South Pars con una potenza mai vista" all'annuncio di una "riduzione delle operazioni" .
La divergenza tra i due alleati ha radici profonde.
Per Netanyahu, la guerra in Iran è una guerra esistenziale.
L'Iran ha finanziato Hezbollah e Hamas, ha minacciato di cancellare Israele dalla carta geografica, ha sviluppato un programma nucleare segreto.
Se non viene fermato ora, diventerà una minaccia letale.
Per Trump, invece, la guerra è un'operazione di polizia internazionale, un modo per dimostrare forza e per guadagnare consensi in vista delle elezioni di midterm.
E mentre Netanyahu è disposto a sacrificare tutto pur di raggiungere il suo obiettivo, Trump deve fare i conti con il prezzo del petrolio, con l'inflazione, con l'umore dell'opinione pubblica.
Il risultato è che l'alleanza tra i due paesi, che all'inizio del conflitto sembrava granitica, sta mostrando le prime crepe.
Trump ha bloccato l'uso delle basi americane per ulteriori attacchi di Israele.
Ha ordinato al Pentagono di ridurre le operazioni.
E ha fatto sapere che non permetterà che il conflitto si allarghi. Netanyahu, dal canto suo, ha continuato a colpire, usando le sue basi e i suoi aerei, e ha dichiarato che Israele "non chiederà il permesso a nessuno per difendersi".
La domanda, a questo punto, è una sola: quanto potrà durare ancora questa forzata convivenza?
Fino a che punto gli Stati Uniti saranno disposti a sostenere un alleato che, con le sue azioni, mette a rischio la stabilità dell'intera regione e l'economia globale?
La risposta, forse, è nelle prossime settimane, quando il conflitto si stabilizzerà su un fronte di logoramento e i costi umani ed economici cominceranno a pesare anche sugli americani.
E quando, forse, anche i falchi di Washington dovranno fare i conti con la realtà.
E accettare che la guerra, alla fine, non si vince con i bombardamenti.
Ma con la diplomazia.
Una parola che, in questa amministrazione, sembra essere caduta in disuso.
E questo è ciò che pensa sua madre..















