martedì 29 settembre 2026

Il conto aumenta.

 



La guerra in Medio Oriente ha una caratteristica che i comunicati diplomatici tendono a nascondere: prima o poi presenta il conto a chiunque.

Anche a chi non sa dove cazzo è Hormuz sulla carta geografica e magari pensa che sia una questione di petroliere, ayatollah e flotte militari.

Il conto, invece, è già arrivato.

E non arriva solo sotto forma di un litro di benzina più caro.

Arriva attraverso il camion che porta la frutta al mercato, il furgone che consegna la merce al supermercato, il tir che trasporta i prodotti industriali, il refrigerato che deve mantenere la catena del freddo.

Quando aumenta il costo per muovere ogni tonnellata di merce, alla fine qualcuno deve pagare.

E quel qualcuno, molto spesso, è l'ultimo della catena:

quel pirla del consumatore.

I numeri dell'autotrasporto italiano raccontano già una situazione pesante.

Secondo Confartigianato Trasporti, tra febbraio e settembre il prezzo industriale del gasolio, al netto delle tasse, è aumentato del 54,3%.

L'associazione stima che, da febbraio, il maggior costo del carburante abbia pesato in media per 11.200 euro in più per ciascun camion.

Un esempio rende meglio l'idea di una percentuale.

Un mezzo pesante con un serbatoio da 900 litri pagava a febbraio circa 1.504 euro per un pieno; il 14 settembre, secondo i calcoli riportati da Confartigianato, il costo era salito a circa 1.972 euro. Quasi 470 euro in più ogni volta che il camion fa rifornimento.

Minchia..sono palanche.

Ecco perché la cifra di 2.000 euro per un pieno non è una trovata giornalistica.

È praticamente già realtà per determinati mezzi e condizioni di prezzo.

Il problema è che un camion non consuma carburante per il piacere di farlo.

Consuma carburante per lavorare.

E quando il costo di produzione del servizio di trasporto aumenta, l'impresa ha davanti tre possibilità: assorbire il rincaro e ridurre il proprio margine, aumentare le tariffe oppure diminuire i viaggi.

La prima soluzione funziona per un po'.

La seconda arriva inevitabilmente ai clienti.

La terza può produrre qualcosa di ancora più fastidioso: meno mezzi disponibili, consegne più lente e maggiore pressione sui prezzi.

In Campania, a metà settembre, Conftrasporto stimava che circa il 4-5% delle imprese avesse fermato parte dei mezzi; nella regione erano circa mille i camion fermi secondo l'associazione.

Non significa che l'Italia sia rimasta senza trasporti.

Significa però che una parte degli operatori sta già cercando di reagire a costi che considera non più sostenibili.

E qui comincia l'effetto domino.

Il camion parte dal deposito con un carico di pomodori.

Il pomodoro non paga il gasolio.

Lo paga il trasportatore.

Il trasportatore lo inserisce nei costi.

Il grossista riceve una fattura più alta.

Il distributore paga di più.

Il supermercato deve decidere quanto assorbire e quanto trasferire.

Alla fine il consumatore vede soltanto il cartellino del costo al Kg.

Ed è per questo che parlare di “caro carburante” come se fosse esclusivamente un problema degli automobilisti è sbagliato.

Il carburante è un costo trasversale dell'economia.

Ogni prodotto che deve essere spostato, refrigerato, lavorato o consegnato risente dell'energia necessaria a farlo.

Naturalmente non significa che ogni aumento di prezzo al supermercato sia causato da Hormuz.

Sarebbe una semplificazione altrettanto cogliona.

I prezzi alimentari dipendono da materie prime, raccolti, salari, energia, imballaggi, domanda, margini commerciali, disponibilità dei prodotti e molti altri fattori.

Ma il trasporto aggiunge pressione.

E in una fase nella quale il sistema logistico mondiale è già sottoposto a forti tensioni, quella pressione può diventare significativa.

Lo stesso stretto di Hormuz, infatti, non è soltanto una questione petrolifera.

È uno dei principali colli di bottiglia del commercio energetico mondiale che parrucchino pannolinato ha sfidato a nome nostro. Negli ultimi giorni il traffico delle navi mercantili attraverso lo stretto è crollato rispetto ai livelli precedenti al conflitto.

Reuters ha rilevato appena due grandi navi commerciali in transito in una delle giornate monitorate, contro una media pre-conflitto di circa 125 al giorno.

E anche quando il petrolio continua a muoversi, può farlo a costi enormemente superiori.

Le deviazioni, i trasferimenti nave-nave, le scorte, le assicurazioni e i rischi militari stanno aumentando il costo complessivo del trasporto energetico.

Reuters ha riportato costi di trasporto delle grandi petroliere superiori ai 30 dollari al barile in alcune rotte.

È questa la parte della crisi che arriva lentamente nelle nostre vite.

Non necessariamente una mattina ci svegliamo e troviamo tutto raddoppiato.

Succede qualcosa di più subdolo.

Il trasportatore comincia a fare meno viaggi.

Le consegne vengono concentrate.

Un camion che prima partiva quasi vuoto viene fatto partire soltanto quando è pieno.

Un viaggio viene accorpato con un altro.

Un ordine arriva il giorno dopo.

Un altro costa qualche eurino in più.

Un'azienda rinuncia a una consegna perché non le conviene.

Un'altra aumenta il supplemento carburante.

E il sistema, nel suo complesso, diventa più costoso.

La stessa CNA Fita sta chiedendo che nei contratti venga applicata correttamente la clausola di fuel surcharge, cioè il meccanismo che consente di trasferire una parte delle variazioni del carburante sul costo del trasporto.

L'associazione chiede inoltre interventi strutturali e non soltanto misure emergenziali.

Il governo, dal canto suo, ha già previsto strumenti di compensazione.

Il ministero delle Infrastrutture ha attivato un credito d'imposta per ristorare fino al 70% della maggiore spesa sostenuta da determinate imprese di autotrasporto per il gasolio acquistato tra marzo e agosto rispetto al prezzo di febbraio.

Il problema è che un ristoro non elimina il costo: lo redistribuisce.

E infatti la domanda vera è: quanto può sopportare una filiera prima di trasferire il conto?

Perché anche il trasportatore più efficiente del mondo non può trasformare 2.000 euro di gasolio in 1.400 soltanto perché il cliente non vuole pagare di più.

Può ottimizzare le rotte.

Può riempire meglio il camion.

Può ridurre i viaggi a vuoto.

Può concentrare le consegne.

Può negoziare.

Ma il petrolio resta petrolio.

E il camion resta un camion.

La situazione italiana presenta peraltro una particolarità che rende il discorso meno intuitivo: non tutto il petrolio destinato all'Italia passa da Hormuz.

Nei primi sette mesi del 2026 soltanto il 13,4% del greggio importato dall'Italia proveniva dal Medio Oriente; il principale fornitore era la Libia.

Eppure una crisi a Hormuz influenza comunque il prezzo internazionale del petrolio e dei suoi derivati.

È il paradosso dei mercati globali: puoi comprare il tuo petrolio da un Paese che non ha nulla a che vedere con Hormuz e pagarlo comunque di più perché il prezzo internazionale incorpora il rischio di un'interruzione dell'offerta mondiale.

È come vivere in una casa che non brucia mentre il quartiere prende fuoco: magari il tuo appartamento è intatto, ma l'assicurazione aumenta, il traffico cambia, i rifornimenti diventano più difficili e tutto ciò che arriva dall'esterno costa di più.

La crisi energetica, dunque, non ha bisogno di svuotare completamente i distributori per diventare economicamente dolorosa.

Le basta rendere più costoso tutto ciò che li alimenta.

E questo è precisamente ciò che sta succedendo.

Il dato più preoccupante non è quindi che un camion possa arrivare a spendere quasi 2.000 euro per un pieno.

È che migliaia di camion, ogni giorno, devono trasformare quel pieno in prodotti, servizi e consegne.

Quando il costo del viaggio cresce, cresce il costo della merce.

Quando il margine si restringe, qualcuno deve assorbire la differenza.

Quando l'impresa non riesce più ad assorbirla, aumenta il prezzo.

E quando il prezzo aumenta abbastanza, il consumatore cambia comportamento.

È così che una guerra lontana entra nella cucina di casa.

Non con un missile.

Con lo scontrino.

E questa volta il bersaglio non è soltanto il distributore di benzina.

È l'intera catena che porta una zucchina dal campo al supermercato.

Il bello è che noi ci lamentavamo del costo lt di 1,70€ e adesso facciamo ore di coda per acquistarla a 2€ ai distributori ENI e IP mentre in autostrada se vuoi viaggiare ne molli 2,4 di €.

Se tutto va bene.. siamo rovinati.


venerdì 12 giugno 2026

Son balle?

 



Ragazzi occhio che quanto leggerete potrebbe essere una bufala e oggi 12 giugno 2026 ore 12, ho atteso 4 ore prima di postare e considerato che facendo ulteriori ricerche pare che tutto sia reale, vi do un'importante rivelazione giornalistica ovvero tutti i dettagli dell'imminente “memorandum d'intesa” tra Washington e Teheran.

Questo memorandum è redatto dagli inviati del parrucchino (Kushner e Woitkoff) con la controparte iraniana tramite la mediazione del Qatar.

L'accordo, soprannominato “Accordo di Islamabad”, presenta una realtà geopolitica completamente nuova.

- L'accordo prevede la riapertura immediata e libera dello Stretto di Hormuz, con il ritorno del traffico marittimo ai livelli normali entro 30 giorni, in cambio della revoca del blocco statunitense sulle vie navigabili.

- L'accordo include una proroga di 60 giorni del cessate il fuoco globale, che comprende esplicitamente il fronte libanese. Questo periodo sarà utilizzato per avviare ampi negoziati sul nucleare.

- In base al memorandum, l'Iran si è impegnato a non possedere mai un'arma nucleare e ha accettato la proposta di Trump di ridurre il livello di uranio altamente arricchito sul territorio iraniano sotto la piena supervisione internazionale.

- Teheran riceverà esenzioni temporanee che le consentiranno di vendere petrolio per 60 giorni (generando entrate considerevoli), mentre contemporaneamente esplorerà un meccanismo per sbloccare i fondi congelati in Qatar per l'acquisto di beni.

L'accordo ha carattere umanitario e prevede la promessa di un ulteriore allentamento delle sanzioni qualora venga dimostrata la buona fede.

Axios ha rivelato che l'annuncio dell'accordo da parte di Parrucchino è stato una sorpresa sconvolgente per Netanyahu, che si è trovato completamente disorientato e ha intavolato intensi contatti con i suoi alleati a Washington per raccogliere informazioni su quanto stava accadendo alle sue spalle.

I movimenti militari statunitensi sono già iniziati: quattro aerei da trasporto militari si sono diretti in Europa in preparazione dell'arrivo del vicepresidente J.D. Vance a Ginevra per la storica cerimonia di firma nei prossimi giorni, in attesa dell'approvazione finale della Guida Suprema Mojtaba Khamenei.

SPERO CHE QUESTO SIA NOTIZIA REALE E STAREMO A SENTIRE CHE DIRANNO I TG ITALICI

Quanto sopra l'ho letto nel DarkWeb che ha bucato il sito web americano Axios per l'accordo soprannominato “Accordo di Islamabad”.

Se così fosse parrucchino e amici perderebbero un sacco di soldini in quando non potranno più mettere in atto il programma che per ben 5 volte ha consentito loro di riempirsi le tasche e il programma dettagliato che sino ad oggi ha funzionato ve lo descrivo passo passo...

Anzi.. parto da una riunione segreta in cui parrucchino disse..

a metà settimana, annuncerò la fine del mondo quindi preparatevi ad arricchirvi e seguirò questi passi facendo delle dichiarazioni a tutto il mondo e dirò...





  1. la guerra è finita, il nemico è distrutto, abbiamo vinto.

  2. stanno implorando di arrendersi, accetteranno qualunque cosa, sono disperati

  3. facciamo dire a Barack Ravid (noto giornalista israeliano, corrispondente per Axios e analista politico per la CNN e Channel 12 News in Israele) che un accordo è imminente in modo che la notizia faccia il giro di tutti i media

  4. troviamo una scusa qualunque per ricominciare con bombardamenti e colpi a debita distanza di sicurezza possibilmente su obiettivi non verificabili

  5. ritorniamo al punto 1

Parrucchino ha ripetuto esattamente la stessa commedia in 5 atti ogni singola settimana da quando lui e Netanyahu hanno iniziato questa guerra a febbraio 2026.

A voi tirare le somme e speriamo che tutto quello che ho scritto all'inizio sia reale altrimenti abbiamo solo fatto due chiacchere da frequentatori del bar della rotonda e del resto se sopportate le balle del parrucchino beccatevi anche le mie.

giovedì 9 aprile 2026

Tempo passato nel cesso.

 

Mi dici quanto tempo passi in bagno durante la tua attivitè lavorativa?

Spero Tu sappia che il tempo passato in bagno è considerato dall'azienda un furto di produttivita e quindi gli uffici sono progettati con bagni scomodi per limitare questo “tempo perso”.


Tu non sei pagato per esistere.

Sei pagato per produrre.

Ogni minuto che il tuo corpo ti costringe a dedicare a funzioni non produttive è un minuto in cui l'azienda ti sta pagando per non fare un cazzo.

È un costo vivo, un buco nel foglio di calcolo.

Non stai solo occupando una postazione di lavoro.

Stai consumando risorse, acqua, elettricità, carta igienica, mentre il tuo cervello, l'unico organo che all'azienda interessa, è impegnato in un'attività che non genera profitto.

L'azienda non ti vede come un essere umano con un sistema digestivo.

Ti vede come un'unità di produzione con un difetto di progettazione, un bug biologico che causa tempi di inattività non programmati.

Per quanto sopra, la progettazione dei moderni bagni da ufficio non è casuale.

È una forma di ingegneria sociale ostile, una guerra psicologica a bassa intensità per costringerti a tornare alla tua scrivania.

Le luci al neon, fredde e spietate, non sono scelte per risparmiare. Sono scelte per creare un ambiente sterile e sgradevole, simile a una sala operatoria, dove è impossibile rilassarsi.

Le pareti sottili, che non offrono alcuna privacy acustica, generano un'ansia sociale che ti spinge a fare in fretta.

La mancanza di prese elettriche, di mensole o di ganci per la giacca sono micro-aggressività progettate per rendere la sosta scomoda. Esistono persino brevetti per water con una seduta inclinata di 13 gradi verso il basso, un'invenzione diabolica che dopo pochi minuti rende la posizione insostenibile, affaticando i muscoli delle gambe e costringendoti ad alzarti.

Non è un caso. È un progetto.

Un angolo di seduta di 13 gradi provoca affaticamento alle gambe dopo cinque minuti.

Questa mentalità non si fermerà al design.

Il passo successivo, già in atto in alcune aziende, è la sorveglianza. Sensori sulle porte che registrano la durata di ogni visita, software che segnalano ai manager i dipendenti con "pause bagno eccessive", badge che tracciano ogni tuo spostamento.

Il bagno è l'ultima frontiera della privacy, l'ultimo buco nero di produttività che il capitalismo aziendale non è ancora riuscito a colonizzare completamente.

La battaglia non è per il tuo comfort.

È per il controllo totale del tuo tempo.

L'obiettivo finale è trasformarti in un algoritmo di carne, un'appendice della tua postazione di lavoro che, idealmente, non dovrebbe avere né fame, né sete, né tantomeno un intestino.


La guerra del Donbass,

 


Ragazzi, oggi posto uno dei tanti reportage di Sergio Endrizzi legato a quel coglione ucraino che alla guida del jet pagato da noi e dal parrucchino, ha fatto fuoco sulla centrale elettrica del Donbass.

Donbass, la terra ingoia i vivi e restituisce i numeri

È successo ancora, nell’indifferenza distratta di chi a migliaia di chilometri di distanza legge i dispacci di guerra come fossero risultati sportivi. 

Nelle profondità del Donbass, dove la terra non è mai stata generosa, un attacco aereo ucraino ha reciso i cavi della vita. 

Il nero è sceso nella miniera, e con il nero il silenzio dei ventilatori, delle pompe, delle luci di emergenza. 

Quarantuno uomini sono rimasti intrappolati, chiusi in quel ventre di carbone che li nutre e li tradisce, condannati a un’attesa senza coordinate. Non è un’inversione del destino: è la logica ferrea di una guerra che ha smesso da tempo di combattersi in superficie, tra trincee e droni, per annidarsi nelle infrastrutture civili come un termite invisibile. 

Colpire una sottostazione elettrica non è un incidente di percorso, è una scelta di metodo. 

E il metodo, in questo conflitto slavato di ragioni e atrocità, è quello di rendere la vita impossibile anche dove la vita si è già ridotta a sopravvivenza.

Si dirà che i soccorritori hanno fatto il loro dovere, e in effetti lo hanno fatto: sono scesi nel buio umido, hanno ripristinato a mano una linea provvisoria, hanno issato uno a uno quei corpi stanchi verso la luce piatta dell’alba. 

Quarantuno, nessun morto, un miracolo piccolo e mediocre che i titoli dei giornali consumeranno in ventiquattr’ore. 

Ma l’errore, qui, sarebbe fermarsi alla cronaca. 

Perché ciò che conta non è il numero dei salvi, ma la ripetibilità del meccanismo: il raid notturno, l’interruzione di corrente, l’intrappolamento, il salvataggio eroico. 

È un copione che il Donbass conosce a memoria, e che si replica con variazioni minime in tutte le guerre asimmetriche del nostro tempo. 

Colpisci ciò che tiene in piedi la società civile – l’acqua, l’energia, i trasporti – e osserva lo Stato nemico consumare risorse per tamponare buchi che tu puoi riaprire la notte successiva, magari dieci chilometri più a est. 

È la grammatica della logoramento, e funziona perché nessuno ha il coraggio di chiamarla con il suo nome: terrorismo infrastrutturale.

Osservo la cartina del fronte e penso a ciò che un tempo si chiamava “rischio morale”. 

I minatori del Donbass non sono soldati, non indossano divise, non impugnano armi. 

Sono operai specializzati in un’economia che il resto d’Europa ha dimenticato, uomini di carbone e silicio che scendono ogni giorno a ottocento metri per strappare alla roccia l’energia che scalda le case di chi li bombarda. 

E questa è la contraddizione più nauseante del conflitto: Kiev colpisce le miniere perché alimentano l’industria bellica russa, Mosca le difende perché senza carbone non c’è acciaio, e nel mezzo ci sono quarantuno corpi che respirano polvere e attendono. 

Nessuno dei due schieramenti ammetterà mai che il vero obiettivo è svuotare il territorio di abitanti, trasformare il Donbass in una terra di nessuno punteggiata da ciminiere spente e pozzi allagati. 

La guerra, si sa, è la continuazione della politica con altri mezzi. 

Ma quando la politica rinuncia a un progetto di pace, la guerra diventa la continuazione dell’odio con mezzi logistici.

Eppure, assistiamo a questa pantomima con un senso di déjà-vu che rasenta la patologia. 

Ricordo i rapporti sulle guerre jugoslave, quando si prendevano di mira le fabbriche di tabacco a Mostar e i ponti sull’Una a Bihać. 

L’effetto era sempre lo stesso: paralizzare l’economia, indurre la fuga, normalizzare la distruzione. 

Oggi i droni hanno sostituito l’artiglieria pesante, i social media amplificano i salvataggi in diretta, ma la sostanza non cambia. 

Si colpisce un trasformatore, si attende che i soccorritori si mobilitino, si guarda il nemico dissanguare le sue già magre casse per trarre fuori dalla terra uomini che, in una guerra tradizionale, sarebbero prigionieri o profughi. 

Qui invece sono ostaggi inconsapevoli di un’architettura perversa: più civili restano in zona, più il loro salvataggio diventa spettacolo, più si legittima la presenza militare di chi dice di proteggerli. 

È il circolo vizioso che trasforma i minatori del Donbass in pedine su una scacchiera dove l’unica mossa vincente è non giocare.

Ma non giochiamo, e questo è il punto. 

L’Europa e gli Stati Uniti mandano fondi, la Russia mobilita uomini. 

E nel frattempo quarantuno uomini hanno rivisto la luce, hanno abbracciato mogli e figli, berranno un tè amaro in una casa con i vetri rotti. 

La loro salvezza è una statistica, non una redenzione. 

Perché domani, o dopodomani, un altro attacco colpirà un’altra sottostazione, e altri uomini resteranno in fondo a un pozzo, e altri soccorritori scenderanno nel fango. 

E noi, da buoni intellettuali occidentali, scriveremo editoriali come questo, virtuosi e inutili, celebrando l’eroismo dei singoli mentre ignoriamo la sistematica eliminazione delle condizioni materiali della vita civile. 

È questo il vero scandalo del Donbass: non la crudeltà degli eserciti, ma la nostra capacità di commuoverci per i salvataggi e di restare indifferenti di fronte alla logica che li rende necessari.

Ci sono guerre che si vincono con le battaglie, e guerre che si vincono con l’usura. 

Questa seconda specie è la più infame, perché non offre eroi né nemici chiari, solo una lenta asfissia. 

I minatori salvati ieri lo sanno: torneranno giù, perché il carbone non aspetta e il silenzio del pozzo è il loro unico stipendio. 

I loro soccorritori lo sanno: la prossima volta potrebbe non esserci un cavo di riserva, o un turno di riposo, o la fortuna di un allarme anticipato. 

E noi, seduti nelle redazioni calde di Parigi, Berlino o Roma, lo sappiamo meglio di tutti: tra una settimana nessuno ricorderà il numero 41. 

Si parlerà di altro, di elezioni, di gasdotti, di nuove sanzioni. 

E nel Donbass, nell’oscurità di una miniera ancora parzialmente in funzione, un uomo accenderà la lampada frontale e farà il segno della croce prima di premere l’interruttore della ruspa. 

Perché la guerra, alla fine, non è mai la sospensione della routine. 

È la routine che diventa una forma di coraggio muto, quotidiano, anonimo. E noi che raccontiamo non possiamo che inchinarci a questa bassezza sublime, e poi cambiare paragrafo.

venerdì 3 aprile 2026

Motore a gatto imburrato.

 


Stellantis ha richiamato 700.000 vetture prodotte dal 2023-2026 tipo  Peugeot (208, 2008), Citroën C3 e C3 Aircross, DS3 e DS4, Opel Corsa, Mokka, Frontera, Lancia, Fiat Grande Panda, Jeep Avenger e 4.491 Alfa Romeo Junior causa probabilità di incendio motore e quindi è il caso di riproporre l'utilizzo dei motori secondo la legge di Murphi che vado a ricordare..

Il Motore a Gatto Imburrato (anche conosciuto come BCPS - Buttered Cat Propulsion System) non è altro che una proposta per un motore che dovrebbe ricreare un'ambiente di antigravità, nonché il moto perpetuo, ed il tutto praticamente ad emissioni zero. 

Potenzialmente potrebbe essere un invenzione di parrucchino giallo questo  motore ecologico perfetto in quanto ne ha tutte le caratteristiche..

Le sue potenzialità sono talmente ampie da aver superato nella graduatoria delle scoperte più brillanti il motore a bestemmie (il quale notoriamente sfrutta le onde sonore delle bestemmie generate da un gruppetto di ultra-ottantenni sprovvisti della licenza di quinta elementare, durante una partita di briscola in un'osteria di montagna).

Se il precedente motore aveva bisogno, come carburante, di litri di rosso e caffé corretti (o nella versione ottimizzata di correzioni senza caffé), questo nuovo marchingegno ha bisogno, oltre ovviamente al gatto, di fette di pane (vanno bene anche fette tostate) e di burro (o marmellata).

Materiale necessario:

Un Gatto (anche senza microchip).. 


Una fetta di Pane (va bene anche tostato) imburrato.. 

 una corda diametro 4-6 mm resistente ..


Schema tecnico applicativo..

Il suo funzionamento si basa su due leggi fondamentali:

1. Legge di Murphy sul pane imburrato:
Una fetta di pane imburrato cadrà sempre dalla parte del burro.

2. Moto di Caduta Libera dei Corpi Felini:
Un gatto atterrerà sempre sulle sue zampe.

L'idea alla base di questo motore, che sfrutta le due leggi qui sopra, è quella di incollare o legare una fetta di pane imburrato alla schiena del gatto. 

A questo punto ci si può chiedere.. che minchia succede al sistema “gatto + fetta di pane imburrato” se questo viene lasciato cadere?

Ipotesi A: il gatto tocca terra con le zampe.

Impossibile perché violerebbe la legge di Murphy che costringe la fetta di pane a cadere dalla parte imburrata.

Ipotesi B: il gatto cade dal lato del burro.

Impossibile perché violerebbe la Legge di Caduta Libera dei Corpi Felini.

Conclusione: Il gatto non può cadere!

Cerco di spiegare intuitivamente quello che succede: 

nella caduta il pane imburrato, obbedendo alla legge di Murphy cercherà di posizionarsi in basso, ma il gatto seguendo la dinamica descritta nella Legge di Caduta Libera dei Corpi Felini cercherà di raddrizzarsi. 

Queste due forze faranno sì che il gatto cominci a ruotare attorno a se stesso (ottenendo tra l'altro il moto perpetuo), senza mai toccare terra.

Ecco dunque costruito in un solo colpo un congegno antigravitazionale ed un generatore di moto perpetuo. 

Resta da definire la sua stabilità nel tempo: 

non è affatto detto che il gatto rimanga fermo, inoltre la velocità di rotazione tenderà ad aumentare, per effetto delle due forze, dunque l'attrito con l'aria scalderà il sistema (come le macchine di Stellantis) facendo sciogliere il burro o uccidendo il gatto.


Miglioramenti secondo parrucchino giallo..

Una variante può essere anche quella di sfruttare la seguente legge:

Legge di Repulsione tra Felini e Liquidi
Un gatto rifugge sempre l'acqua.

Mettendo dunque una tinozza d'acqua (possibilmente quella del lavaggio piedi dopo escursione alla grotta del piombo LC) in direzione perpendicolare sotto al gatto, si è praticamente sicuri che il gatto resterà in aria.

In un'ulteriore variante il dispositivo può essere ottimizzato grazie ad un elemento catalizzatore: un tappeto persiano di inestimabile valore acquistato su Temu; infatti in base alla seguente proposizione:

Corollario alla Legge di Murphy:
La probabilità che il pane cada sul lato imburrato cresce con il costo del tappeto.

Si ha infatti che la probabilità è pari a:

P = 1 - exp(- cost * p)

la quale dunque tende a 1 (evento praticamente certo) per p (il prezzo del tappeto) molto elevato.

Questo praticamente elimina il problema delle (poche) eccezioni sperimentali alla legge di Murphy, a causa delle quali ci sarebbe stata la possibilità che il pane cadesse dal lato non imburrato,

Ora portate la vostra nuova auto da Stellantis che in 30 minuti sistemeranno l'inconveniente dovuto a due dadi di bloccaggio che sono stati sostituiti per l'economia di scala, al posto di quelli costosi con lamella antivibrazione e la probabile perdita di carburante che poteva creare incendi al contatto col motore caldo sarà eliminata.

Per l'esattezza dei modelli in richiamo sono questi...

  • Alfa Romeo Junior, prodotte dal 11 luglio 2024 al 22 aprile 2025.

  • Citroën C3, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C4, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C4X, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C5, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C5 Aircross, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C5X, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën Basalt, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025.

  • DS3, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 13 maggio 2025.

  • DS4, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 13 maggio 2025. 

  • Fiat 600, prodotte fra il 9 febbraio 2024 e il 17 maggio 2025

  • Fiat Grande Panda, prodotte fra il 9 febbraio 2024 e il 17 maggio 2025.

  • Lancia Ypsilon, prodotte dal 18 marzo 2024 al 22 aprile 2025.

  • Opel Astra, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Opel Frontera, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Opel Grandland V2, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Opel Grandland X, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Opel Mokka, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Peugeot 208, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 2008, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 308, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 3008, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 408, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 5008, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025. 

    Ricordo che non serve recarsi fisicamente presso la rete service per verificare se la propria vettura è oggetto di richiamo.

    Se non si è ricevuto alcun avviso, è sufficiente consultare le pagine web dei produttori dedicati ai richiami e inserire il VIN del proprio veicolo.

     


mercoledì 1 aprile 2026

Resenteeism.

 

Nel mondo del lavoro non tutto va verso il punto giusto e consapevole dal fatto che si lavora per vivere e non si vive per lavorare, al giorno d'oggi si è fortunati nel ritrovo di una posizione lavorativa ma occorre evitare il resenteeism.

Questo neologismo descrive la condizione di chi rimane nel proprio posto di lavoro pur provando risentimento, frustrazione o aperta ostilità verso l’azienda, i colleghi o le mansioni svolte.

A differenza del “quiet quitting” – il fenomeno di chi fa il minimo indispensabile senza slancio – il “resenteeism” descrive chi resta fisicamente presente ma emotivamente avvelenato.

E ha un costo invisibile aggiuntivo.. chi lo pratica diffonde malcontento, sabota, consapevolmente o meno, progetti e relazioni, trasformando l’ufficio in un teatro di ostilità passivo-aggressiva.

Il termine è stato coniato per descrivere una condizione che molti lavoratori conoscono bene.. quella di chi non può permettersi di lasciare il lavoro, ma non sopporta più ciò che fa.

Un conto è fare il minimo indispensabile, come nel quiet quitting. Un conto è restare attivamente risentiti, arrabbiati, rancorosi, incazzati come iene

E questo risentimento, a differenza della semplice demotivazione, non resta dentro.. si riversa sugli altri.

Critiche continue, pettegolezzi, boicottaggio silenzioso dei progetti, un’atmosfera pesante che avvelena l’intero ambiente di lavoro.

Le cause del resenteeism sono molteplici.

Salari bassi, carichi di lavoro eccessivi, mancanza di riconoscimento, ambienti tossici, conflitti irrisolti con i superiori.

Ma anche, più in generale, la sensazione di essere intrappolati in un lavoro che non si ama, senza possibilità di cambiare.

In un’epoca di precarietà, molti lavoratori non possono permettersi di mollare, e così restano.

E restando, il risentimento cresce, fino a diventare una presenza costante, un veleno che si diffonde.

Gli psicologi del lavoro lanciano l’allarme.. il resenteeism non è solo un problema per chi lo pratica, ma per l’intera organizzazione. Perché chi è risentito non si limita a non dare il massimo: attivamente ostacola il lavoro degli altri, crea conflitti, abbassa il morale.

E il costo, per l’azienda, è altissimo.. perdita di produttività, aumento del turnover, assenteismo, deterioramento del clima.

“Un solo lavoratore risentito può avvelenare un intero team”, spiega una psicologa del lavoro.

“La sua negatività si trasmette come un virus”.

Ma come si esce dal resenteeism?

Per gli esperti, la prima cosa è riconoscere il problema.

Ammettere di essere risentiti, e chiedersi perché.

Poi, cercare di cambiare ciò che si può cambiare.. parlare con i superiori, chiedere maggiore flessibilità, cercare un nuovo ruolo all’interno dell’azienda.

Se non è possibile, forse è il caso di valutare un cambio di lavoro, anche a costo di sacrifici.

Perché restare in un lavoro che si odia, avverte la psicologa, “fa male alla salute mentale e fisica.

E alla lunga, il prezzo da pagare è troppo alto”.

E mentre il fenomeno del resenteeism si diffonde, le aziende cominciano a interrogarsi su come prevenirlo.

Ascoltare i dipendenti, valorizzare il loro lavoro, creare un ambiente sereno, sono le prime ricette.

Ma la soluzione, forse, è più semplice di quanto sembri.. fare in modo che i lavoratori non si sentano intrappolati. \

Perché quando il lavoro diventa una prigione, il risentimento è la chiave che apre le porte dell’inferno.

L'Iran si sta arricchendo.

 


Il paradosso della guerra in Iran: Teheran si arricchisce più di prima grazie a parrucchino giallo..

C’è un’immagine, nella guerra che sta infiammando il Medio Oriente, che racconta un paradosso che nessuno aveva previsto.

È l’immagine dell’Iran che, mentre i missili cadono e i pasdaran combattono, vede aumentare le sue entrate petrolifere.

Grazie al raddoppio del prezzo del greggio, e allo stop americano alle sanzioni, Teheran ha già incassato almeno 10 miliardi di dollari in più dall’inizio del conflitto.

E con l’introduzione del pedaggio alle navi che passano per Hormuz, appena approvata dal Parlamento, il flusso potrebbe crescere ancora.

Un paradosso, appunto: la guerra che doveva indebolire l’Iran lo sta arricchendo.

I numeri parlano chiaro. 

Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, il prezzo del petrolio è salito da 80 a 115 dollari al barile.

L’Iran, che esporta almeno due milioni di barili al giorno, principalmente verso la Cina, ha visto aumentare le sue entrate di 70 dollari al barile.

Un guadagno secco di 140 milioni di dollari al giorno. 

In un mese, quasi 4 miliardi. 

E con l’aumento delle esportazioni, che hanno raggiunto i 2,5 milioni di barili al giorno, il totale sale a 5 miliardi.

E con il pedaggio di Hormuz, che potrebbe fruttare altri 5 miliardi all’anno, l’Iran potrebbe incassare fino a 10 miliardi di dollari in più nel 2026.

Il paradosso è reso possibile dalla scelta degli Stati Uniti di non colpire le infrastrutture petrolifere iraniane.

Parrucchino, che all’inizio del conflitto aveva minacciato di “obliterare” le raffinerie, ha poi deciso di concentrare gli attacchi sugli impianti militari e nucleari.

Una scelta che ha permesso all’Iran di continuare a esportare.

E con il prezzo alle stelle, le sue casse si riempiono.

E poi c’è la Cina.

Pechino, che è il principale acquirente del petrolio iraniano, ha continuato a comprare nonostante le sanzioni.

E con la guerra, ha aumentato gli acquisti, approfittando dello sconto che l’Iran offre per compensare il rischio.

Un affare per entrambi: la Cina ha il petrolio a buon mercato, l’Iran ha i dollari per finanziare la guerra.

L’introduzione del pedaggio per le navi che passano per Hormuz, approvata dal Parlamento iraniano, potrebbe aumentare ulteriormente le entrate.

Ogni petroliera che transita nello Stretto dovrà pagare 2 milioni di dollari.

E se le navi che passano saranno 10 al giorno, come prima della guerra, l’Iran incasserà altri 20 milioni di dollari al giorno.

Un flusso che, se mantenuto, frutterà 7 miliardi all’anno.

Ma c’è un’altra minaccia, forse più grave.

Gli Houthi dello Yemen, alleati dell’Iran, hanno già colpito navi nel Mar Rosso.

Se intervenissero in modo sistematico, il traffico globale di greggio si fermerebbe.

E il prezzo del petrolio salirebbe ancora.

Fino a 150, 200 dollari al barile.

Un livello che farebbe crollare l’economia mondiale.

Ma che renderebbe l’Iran ancora più ricco.

E mentre gli Stati Uniti e i loro alleati discutono su come fermare la guerra, l’Iran incassa.

Smettere di fumare.

 




Arriva il primo farmaco rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale per smettere di fumare: ecco come funziona

C’è una notizia, nel panorama della sanità italiana di queste ore, che segna una svolta nella lotta contro una delle principali cause di morte evitabile.

Il Servizio Sanitario Nazionale ha infatti inserito tra i farmaci rimborsabili un nuovo trattamento per la cessazione dal fumo a base di citisina, un principio attivo di origine vegetale estratto dal maggiociondolo (Cytisus laburnum).

La decisione, ufficializzata dall’AIFA con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, rende disponibile per i circa 12,5 milioni di fumatori italiani un’opzione terapeutica già raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e inserita nell’elenco dei farmaci essenziali.

Il meccanismo d’azione della citisina, commercializzata con il nome di Recigar, si basa su un principio farmacologico consolidato.

La molecola agisce come agonista parziale degli stessi recettori nicotinici dell’acetilcolina stimolati dalla nicotina.

In pratica, si lega ai recettori cerebrali occupandoli e impedendo alla nicotina di attivarli pienamente, riducendo così il piacere associato alla sigaretta.

Allo stesso tempo, produce un’attivazione parziale che allevia i sintomi dell’astinenza – irritabilità, ansia, insonnia e difficoltà di concentrazione – senza creare a sua volta tolleranza o assuefazione . “Agisce sugli stessi recettori della nicotina, ma con un effetto diverso: riduce il piacere associato al fumo e attenua i sintomi dell’astinenza”, spiega Claudio Leonardi, presidente della Società Italiana Patologie da Dipendenza.

Il trattamento segue un protocollo standard di 25 giorni con posologia decrescente. Si parte da 6 compresse al giorno nei primi tre giorni, riducendo gradualmente fino a 1-2 compresse al giorno nella fase finale.

L’obiettivo clinico è raggiungere la cessazione completa del fumo entro il quinto giorno dall’inizio della terapia.

Uno degli aspetti più rilevanti del farmaco è l’assenza di interazioni farmacologiche note, che lo rende particolarmente indicato per pazienti fragili, anziani o in polifarmacoterapia, cioè coloro che trarrebbero il maggior beneficio dall’abbandono delle sigarette.

L’efficacia della citisina è supportata da dati clinici significativi. Secondo uno studio condotto su 300 pazienti, con un singolo ciclo il 68,7 per cento dei fumatori aveva smesso dopo tre mesi, il 56 per cento dopo sei mesi e il 47 per cento dopo un anno.

Dati più recenti presentati al Congresso 2025 della European Respiratory Society parlano di tassi di cessazione superiori al 60 per cento dopo tre mesi di trattamento.

La molecola, nota da decenni nell’Europa dell’Est, è stata recentemente validata a livello internazionale con l’inclusione nelle linee guida OMS del 2024 e nella lista dei farmaci essenziali del 2025.

L’accesso al trattamento prevede due modalità.

Il farmaco è completamente rimborsato dal SSN quando prescritto nell’ambito di un percorso strutturato presso i centri antifumo, dove specialisti (pneumologi, cardiologi, medici di base o operatori dei SerD) possono seguire il paziente in un approccio multidisciplinare che integra la terapia farmacologica con il supporto psicologico.

In Italia sono attivi circa 110 centri antifumo, distribuiti in modo disomogeneo sul territorio.

Per chi non potesse o volesse rivolgersi a queste strutture, il farmaco rimane disponibile con prescrizione medica ma a carico del paziente, con un costo di circa 90-110 euro per l’intero ciclo .

Il quadro epidemiologico che giustifica l’intervento è impietoso.

In Italia, il fumo è responsabile di oltre 93.000 morti ogni anno e di costi sanitari diretti e indiretti superiori ai 26 miliardi di euro.

Il disturbo da uso di tabacco rappresenta la principale causa prevenibile di morte e disabilità, superando la combinazione di alcol, droghe illegali e incidenti stradali.

Il nuovo farmaco, che si affianca ad altre opzioni come cerotti, gomme e spray alla nicotina, costituisce un passo avanti nella parificazione della dipendenza da tabacco alle altre patologie croniche per le quali il Servizio Sanitario Nazionale garantisce già copertura farmacologica.




Centri antifumo:https://smettodifumare.iss.it/it/centri-antifumo/