martedì 17 marzo 2026

Giusto per divertimento.

 


C'è una scena che si ripete, in queste giornate di fuoco che tengono il mondo col fiato sospeso, ed è la scena di un uomo solo davanti ai suoi microfoni, un uomo (si fa per dire) che parla, che twitta, che rilascia interviste, e che in ognuna di queste uscite pubbliche sembra contraddire quella precedente, come se la guerra in Iran fosse un enorme campo di battaglia dove però il generale in capo combatte prima di tutto contro se stesso, contro la sua coerenza, contro quel minimo di razionalità che anche in un conflitto dovrebbe guidare le scelte di chi comanda.

Donald Trump alias parrucchino giallo, il presidente americano che ha scatenato l'offensiva contro Teheran il 28 febbraio, con i raid che hanno ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e oltre milleduecento persone, sta dando prova in queste ore di una confusione mentale e strategica che fa impallidire qualsiasi precedente e che lascia intendere una verità semplice e agghiacciante... il padrone della Casa Bianca non sta capendo un cazzo di quello che sta succedendo .

La sequenza delle sue esternazioni è un capolavoro di contraddizioni in termini, un'arte performativa che se fosse teatro avrebbe il pubblico in visibilio, ma che applicata a una guerra vera rischia di costare cara a milioni di persone.

Il 9 marzo, a una settimana dall'inizio delle ostilità, Trump dichiara alla CBS: "Penso che la guerra sia molto completa, più o meno".

Poche ore dopo sto pirla, in conferenza stampa, aggiunge che l'offensiva finirà "molto presto".

Ma lo stesso giorno, il Dipartimento della Difesa pubblica online un messaggio che dice testualmente.. "Abbiamo solo appena iniziato a combattere".

E il segretario alla Difesa Pete Hegseth, intervistato da "60 Minutes", rilascia una dichiarazione che sputtana il suo comandante in capo smentendolo.. "Questo è solo l'inizio". Un giornalista, con il coraggio della verità, chiede a Trump di spiegare la contraddizione.

E lui, il presidente, risponde con una frase che dovrebbe far arricciare i peli sul culo a chiunque abbia a cuore la coerenza strategica del paese più potente del mondo... "Si potrebbero dire entrambe le cose".

Poco dopo, parlando alla conferenza dei repubblicani alla Camera, aggiunge un'altra cazzata: "Abbiamo già vinto in molti modi, ma non abbiamo vinto abbastanza" .

Ora, mentre la guerra entra nella sua terza settimana e i morti superano i duemila, mentre le petroliere non passano più lo Stretto di Hormuz e i prezzi del petrolio ballano, mentre le basi americane in Iraq e Kuwait vengono attaccate e i droni iraniani piovono su obiettivi civili, parrucchino giallo, lancia messaggi sempre più contraddittori.

Da un lato proclama che "il 100 per cento delle capacità militari iraniane è stato distrutto".

Dall'altro, con un'umiltà che sa tanto di resa, chiede aiuto a mezzo mondo per tenere aperto lo Stretto di Hormuz dandoci dei cagasotto.

Su Truth Social, sabato 14 marzo, il tycoon scrive che i paesi che ricevono petrolio attraverso lo Stretto devono inviare navi da guerra per garantire la sicurezza della via d'acqua, e fa una lista.. Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito.

Una richiesta che sa di disperazione, di ammissione di impotenza, di quella consapevolezza che la macchina da guerra americana, per quanto potente, non può presidiare da sola un'area così vasta e così minacciata.

Il problema, però, è che i paesi chiamati in soccorso hanno tutti ottime ragioni per dire di no al coglione.

La Cina, in particolare, è in una posizione delicatissima: secondo i dati dell'analisi Kpler riportati da Politico, lo scorso anno l'Iran e il Venezuela rappresentavano insieme circa il 17 per cento delle importazioni cinesi di petrolio, e quasi tutta quella quota passava dallo Stretto di Hormuz.

Pechino ha già cominciato a ridurre gli acquisti da Teheran a causa del conflitto, ma questo non significa che sia disposta a schierarsi militarmente al fianco di Washington in una guerra che rischia di allontanare per sempre un alleato storico come l'Iran.

E poi c'è la questione di principio.. perché mai la Cina dovrebbe inviare navi da guerra per proteggere il passaggio del petrolio che gli Stati Uniti stanno rendendo pericoloso con i loro bombardamenti?

La risposta, probabilmente, la conosce già parrucchino, ma continua a sperare in un miracolo.

E mentre tenta di coinvolgere Pechino in un'azione di "polizia dei mari" che sa tanto di velleitaria, il tycoon firma ordini esecutivi che parlano un linguaggio ben diverso. Venerdì 13 marzo, l'amministrazione Trump ha invocato il Defense Production Act per aumentare la produzione di petrolio al largo della costa della California.

Una legge del 1950, risalente alla guerra di Corea, che dà al presidente l'autorità di dirigere l'industria privata e di dare priorità alla produzione di beni essenziali per la difesa nazionale.

In tempi normali, si usa per produrre munizioni più velocemente o per garantire forniture critiche.

Oggi parrucchino lo usa per estrarre più petrolio, nella speranza di calmierare i prezzi che la sua stessa guerra ha fatto schizzare alle stelle.

Un paradosso che dice molto sulla confusione del momento.

Ma la militarizzazione delle industrie civili non si ferma al petrolio.

Secondo quanto riportato da The Mirror, durante un briefing classificato al Congresso, i funzionari dell'amministrazione hanno discusso la possibilità di invocare il Defense Production Act anche per accelerare la produzione di munizioni.

Le scorte americane, dopo due settimane di combattimenti, hanno già subito perdite per due miliardi di dollari, tra radar distrutti, aerei abbattuti e terminali satellitari ridotti in macerie.

E mentre parrucchino dichiara che "abbiamo munizioni intermedie e superiori illimitate", i suoi stessi generali sussurrano che la guerra potrebbe durare mesi, e che senza un rapido aumento della produzione il rischio di rimanere a secco è concreto.

L'ultima sparata, quella che più di ogni altra mostra la confusione mentale del presidente, arriva dall'intervista alla NBC rilasciata sabato 14 marzo.

Trump dice che l'Iran vuole fare un accordo, ma che "non sono ancora pronto perché i termini non sono abbastanza buoni".

Poi aggiunge che qualsiasi intesa deve includere "garanzie estremamente affidabili" sulla rinuncia di Teheran alle ambizioni nucleari.

E infine, con una frase che sa di scherzo di cattivo gusto ma purtroppo è vera, dichiara: "Potremmo colpire l'isola di Kharg ancora un paio di volte, giusto per divertimento".

Sticazzi ...Giusto per divertimento.

Mentre i missili uccidono persone vere, mentre le famiglie piangono i loro morti, mentre il mondo trattiene il fiato, il presidente degli Stati Uniti parla di colpire obiettivi strategici "per divertimento".

I mediatori del Medio Oriente, nel frattempo, tentano di aprire un canale di comunicazione tra Washington e Teheran, ma l'amministrazione Trump respinge al mittente qualsiasi tentativo.

Secondo fonti Reuters, diversi paesi hanno provato a offrirsi come facilitatori, ma la risposta della Casa Bianca è stata negativa.

Dall'altra parte, l'Iran rifiuta qualsiasi cessate il fuoco fino a quando gli attacchi non si fermeranno, e chiede anche un risarcimento finanziario per i danni subiti.

Una posizione che, in tempo di guerra, è quasi una dichiarazione di resa, ma che parrucchino non è in grado di cogliere perché troppo impegnato a contraddirsi da solo.

La sensazione, in tutto questo, è che il tycoon abbia perso la bussola.

Che abbia scatenato una guerra senza sapere come finirà, senza avere un piano chiaro, senza coordinamento con i suoi stessi generali.

Che navighi a vista, in un mare in tempesta, cambiando rotta a ogni onda e sperando che il vento lo porti in porto. Ma la guerra non è una barca a vela, e i venti del Golfo non sono brezze leggere.

Sono uragani che possono travolgere intere regioni, e con loro chi li ha scatenati senza sapere cosa fare.

Intanto, le navi da guerra dei paesi alleati non si vedono.

La Cina tace, la Francia nicchia, il Regno Unito dopo essere stato pubblicamente sbertucciato da parrucchino con quel "non abbiamo bisogno di voi" pensa due volte prima di imbarcarsi in questa avventura.

E lo Stretto di Hormuz resta chiuso, e le petroliere ferme, e i prezzi del petrolio alti, e la guerra che continua.

Con un presidente che dice di aver già vinto, ma che non ha vinto abbastanza.

Che dice che la guerra è finita, ma che è solo all'inizio.

Che dice che l'Iran è sconfitto, ma che bisogna ancora bombardarlo per divertimento.

Alla fine, forse, l'unica cosa chiara in questo conflitto è che di chiaro non c'è nulla.

E che il "coatto della Casa Bianca", sta dando il peggio di sé, in un teatrino dell'assurdo che farebbe ridere se non ci fossero di mezzo migliaia di morti veri e un'intera regione in fiamme.

Con la speranza, appesa a un filo, che qualcuno, prima o poi, prenda in mano la situazione e riporti un minimo di razionalità in questa follia.

Ma con la certezza, purtroppo, che quel qualcuno non sarà certo sto pirla di parrucchino all'anagrafe Donald Trump.