giovedì 9 aprile 2026

La guerra del Donbass,

 


Ragazzi, oggi posto uno dei tanti reportage di Sergio Endrizzi legato a quel coglione ucraino che alla guida del jet pagato da noi e dal parrucchino, ha fatto fuoco sulla centrale elettrica del Donbass.

Donbass, la terra ingoia i vivi e restituisce i numeri

È successo ancora, nell’indifferenza distratta di chi a migliaia di chilometri di distanza legge i dispacci di guerra come fossero risultati sportivi. 

Nelle profondità del Donbass, dove la terra non è mai stata generosa, un attacco aereo ucraino ha reciso i cavi della vita. 

Il nero è sceso nella miniera, e con il nero il silenzio dei ventilatori, delle pompe, delle luci di emergenza. 

Quarantuno uomini sono rimasti intrappolati, chiusi in quel ventre di carbone che li nutre e li tradisce, condannati a un’attesa senza coordinate. Non è un’inversione del destino: è la logica ferrea di una guerra che ha smesso da tempo di combattersi in superficie, tra trincee e droni, per annidarsi nelle infrastrutture civili come un termite invisibile. 

Colpire una sottostazione elettrica non è un incidente di percorso, è una scelta di metodo. 

E il metodo, in questo conflitto slavato di ragioni e atrocità, è quello di rendere la vita impossibile anche dove la vita si è già ridotta a sopravvivenza.

Si dirà che i soccorritori hanno fatto il loro dovere, e in effetti lo hanno fatto: sono scesi nel buio umido, hanno ripristinato a mano una linea provvisoria, hanno issato uno a uno quei corpi stanchi verso la luce piatta dell’alba. 

Quarantuno, nessun morto, un miracolo piccolo e mediocre che i titoli dei giornali consumeranno in ventiquattr’ore. 

Ma l’errore, qui, sarebbe fermarsi alla cronaca. 

Perché ciò che conta non è il numero dei salvi, ma la ripetibilità del meccanismo: il raid notturno, l’interruzione di corrente, l’intrappolamento, il salvataggio eroico. 

È un copione che il Donbass conosce a memoria, e che si replica con variazioni minime in tutte le guerre asimmetriche del nostro tempo. 

Colpisci ciò che tiene in piedi la società civile – l’acqua, l’energia, i trasporti – e osserva lo Stato nemico consumare risorse per tamponare buchi che tu puoi riaprire la notte successiva, magari dieci chilometri più a est. 

È la grammatica della logoramento, e funziona perché nessuno ha il coraggio di chiamarla con il suo nome: terrorismo infrastrutturale.

Osservo la cartina del fronte e penso a ciò che un tempo si chiamava “rischio morale”. 

I minatori del Donbass non sono soldati, non indossano divise, non impugnano armi. 

Sono operai specializzati in un’economia che il resto d’Europa ha dimenticato, uomini di carbone e silicio che scendono ogni giorno a ottocento metri per strappare alla roccia l’energia che scalda le case di chi li bombarda. 

E questa è la contraddizione più nauseante del conflitto: Kiev colpisce le miniere perché alimentano l’industria bellica russa, Mosca le difende perché senza carbone non c’è acciaio, e nel mezzo ci sono quarantuno corpi che respirano polvere e attendono. 

Nessuno dei due schieramenti ammetterà mai che il vero obiettivo è svuotare il territorio di abitanti, trasformare il Donbass in una terra di nessuno punteggiata da ciminiere spente e pozzi allagati. 

La guerra, si sa, è la continuazione della politica con altri mezzi. 

Ma quando la politica rinuncia a un progetto di pace, la guerra diventa la continuazione dell’odio con mezzi logistici.

Eppure, assistiamo a questa pantomima con un senso di déjà-vu che rasenta la patologia. 

Ricordo i rapporti sulle guerre jugoslave, quando si prendevano di mira le fabbriche di tabacco a Mostar e i ponti sull’Una a Bihać. 

L’effetto era sempre lo stesso: paralizzare l’economia, indurre la fuga, normalizzare la distruzione. 

Oggi i droni hanno sostituito l’artiglieria pesante, i social media amplificano i salvataggi in diretta, ma la sostanza non cambia. 

Si colpisce un trasformatore, si attende che i soccorritori si mobilitino, si guarda il nemico dissanguare le sue già magre casse per trarre fuori dalla terra uomini che, in una guerra tradizionale, sarebbero prigionieri o profughi. 

Qui invece sono ostaggi inconsapevoli di un’architettura perversa: più civili restano in zona, più il loro salvataggio diventa spettacolo, più si legittima la presenza militare di chi dice di proteggerli. 

È il circolo vizioso che trasforma i minatori del Donbass in pedine su una scacchiera dove l’unica mossa vincente è non giocare.

Ma non giochiamo, e questo è il punto. 

L’Europa e gli Stati Uniti mandano fondi, la Russia mobilita uomini. 

E nel frattempo quarantuno uomini hanno rivisto la luce, hanno abbracciato mogli e figli, berranno un tè amaro in una casa con i vetri rotti. 

La loro salvezza è una statistica, non una redenzione. 

Perché domani, o dopodomani, un altro attacco colpirà un’altra sottostazione, e altri uomini resteranno in fondo a un pozzo, e altri soccorritori scenderanno nel fango. 

E noi, da buoni intellettuali occidentali, scriveremo editoriali come questo, virtuosi e inutili, celebrando l’eroismo dei singoli mentre ignoriamo la sistematica eliminazione delle condizioni materiali della vita civile. 

È questo il vero scandalo del Donbass: non la crudeltà degli eserciti, ma la nostra capacità di commuoverci per i salvataggi e di restare indifferenti di fronte alla logica che li rende necessari.

Ci sono guerre che si vincono con le battaglie, e guerre che si vincono con l’usura. 

Questa seconda specie è la più infame, perché non offre eroi né nemici chiari, solo una lenta asfissia. 

I minatori salvati ieri lo sanno: torneranno giù, perché il carbone non aspetta e il silenzio del pozzo è il loro unico stipendio. 

I loro soccorritori lo sanno: la prossima volta potrebbe non esserci un cavo di riserva, o un turno di riposo, o la fortuna di un allarme anticipato. 

E noi, seduti nelle redazioni calde di Parigi, Berlino o Roma, lo sappiamo meglio di tutti: tra una settimana nessuno ricorderà il numero 41. 

Si parlerà di altro, di elezioni, di gasdotti, di nuove sanzioni. 

E nel Donbass, nell’oscurità di una miniera ancora parzialmente in funzione, un uomo accenderà la lampada frontale e farà il segno della croce prima di premere l’interruttore della ruspa. 

Perché la guerra, alla fine, non è mai la sospensione della routine. 

È la routine che diventa una forma di coraggio muto, quotidiano, anonimo. E noi che raccontiamo non possiamo che inchinarci a questa bassezza sublime, e poi cambiare paragrafo.