mercoledì 1 aprile 2026

Resenteeism.

 

Nel mondo del lavoro non tutto va verso il punto giusto e consapevole dal fatto che si lavora per vivere e non si vive per lavorare, al giorno d'oggi si è fortunati nel ritrovo di una posizione lavorativa ma occorre evitare il resenteeism.

Questo neologismo descrive la condizione di chi rimane nel proprio posto di lavoro pur provando risentimento, frustrazione o aperta ostilità verso l’azienda, i colleghi o le mansioni svolte.

A differenza del “quiet quitting” – il fenomeno di chi fa il minimo indispensabile senza slancio – il “resenteeism” descrive chi resta fisicamente presente ma emotivamente avvelenato.

E ha un costo invisibile aggiuntivo.. chi lo pratica diffonde malcontento, sabota, consapevolmente o meno, progetti e relazioni, trasformando l’ufficio in un teatro di ostilità passivo-aggressiva.

Il termine è stato coniato per descrivere una condizione che molti lavoratori conoscono bene.. quella di chi non può permettersi di lasciare il lavoro, ma non sopporta più ciò che fa.

Un conto è fare il minimo indispensabile, come nel quiet quitting. Un conto è restare attivamente risentiti, arrabbiati, rancorosi, incazzati come iene

E questo risentimento, a differenza della semplice demotivazione, non resta dentro.. si riversa sugli altri.

Critiche continue, pettegolezzi, boicottaggio silenzioso dei progetti, un’atmosfera pesante che avvelena l’intero ambiente di lavoro.

Le cause del resenteeism sono molteplici.

Salari bassi, carichi di lavoro eccessivi, mancanza di riconoscimento, ambienti tossici, conflitti irrisolti con i superiori.

Ma anche, più in generale, la sensazione di essere intrappolati in un lavoro che non si ama, senza possibilità di cambiare.

In un’epoca di precarietà, molti lavoratori non possono permettersi di mollare, e così restano.

E restando, il risentimento cresce, fino a diventare una presenza costante, un veleno che si diffonde.

Gli psicologi del lavoro lanciano l’allarme.. il resenteeism non è solo un problema per chi lo pratica, ma per l’intera organizzazione. Perché chi è risentito non si limita a non dare il massimo: attivamente ostacola il lavoro degli altri, crea conflitti, abbassa il morale.

E il costo, per l’azienda, è altissimo.. perdita di produttività, aumento del turnover, assenteismo, deterioramento del clima.

Un solo lavoratore risentito può avvelenare un intero team”, spiega una psicologa del lavoro.

La sua negatività si trasmette come un virus”.

Ma come si esce dal resenteeism?

Per gli esperti, la prima cosa è riconoscere il problema.

Ammettere di essere risentiti, e chiedersi perché.

Poi, cercare di cambiare ciò che si può cambiare.. parlare con i superiori, chiedere maggiore flessibilità, cercare un nuovo ruolo all’interno dell’azienda.

Se non è possibile, forse è il caso di valutare un cambio di lavoro, anche a costo di sacrifici.

Perché restare in un lavoro che si odia, avverte la psicologa, “fa male alla salute mentale e fisica.

E alla lunga, il prezzo da pagare è troppo alto”.

E mentre il fenomeno del resenteeism si diffonde, le aziende cominciano a interrogarsi su come prevenirlo.

Ascoltare i dipendenti, valorizzare il loro lavoro, creare un ambiente sereno, sono le prime ricette.

Ma la soluzione, forse, è più semplice di quanto sembri.. fare in modo che i lavoratori non si sentano intrappolati. \

Perché quando il lavoro diventa una prigione, il risentimento è la chiave che apre le porte dell’inferno.

L'Iran si sta arricchendo.

 


Il paradosso della guerra in Iran: Teheran si arricchisce più di prima grazie a parrucchino giallo..

C’è un’immagine, nella guerra che sta infiammando il Medio Oriente, che racconta un paradosso che nessuno aveva previsto.

È l’immagine dell’Iran che, mentre i missili cadono e i pasdaran combattono, vede aumentare le sue entrate petrolifere.

Grazie al raddoppio del prezzo del greggio, e allo stop americano alle sanzioni, Teheran ha già incassato almeno 10 miliardi di dollari in più dall’inizio del conflitto.

E con l’introduzione del pedaggio alle navi che passano per Hormuz, appena approvata dal Parlamento, il flusso potrebbe crescere ancora.

Un paradosso, appunto: la guerra che doveva indebolire l’Iran lo sta arricchendo.

I numeri parlano chiaro. 

Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, il prezzo del petrolio è salito da 80 a 115 dollari al barile.

L’Iran, che esporta almeno due milioni di barili al giorno, principalmente verso la Cina, ha visto aumentare le sue entrate di 70 dollari al barile.

Un guadagno secco di 140 milioni di dollari al giorno. 

In un mese, quasi 4 miliardi. 

E con l’aumento delle esportazioni, che hanno raggiunto i 2,5 milioni di barili al giorno, il totale sale a 5 miliardi.

E con il pedaggio di Hormuz, che potrebbe fruttare altri 5 miliardi all’anno, l’Iran potrebbe incassare fino a 10 miliardi di dollari in più nel 2026.

Il paradosso è reso possibile dalla scelta degli Stati Uniti di non colpire le infrastrutture petrolifere iraniane.

Parrucchino, che all’inizio del conflitto aveva minacciato di “obliterare” le raffinerie, ha poi deciso di concentrare gli attacchi sugli impianti militari e nucleari.

Una scelta che ha permesso all’Iran di continuare a esportare.

E con il prezzo alle stelle, le sue casse si riempiono.

E poi c’è la Cina.

Pechino, che è il principale acquirente del petrolio iraniano, ha continuato a comprare nonostante le sanzioni.

E con la guerra, ha aumentato gli acquisti, approfittando dello sconto che l’Iran offre per compensare il rischio.

Un affare per entrambi: la Cina ha il petrolio a buon mercato, l’Iran ha i dollari per finanziare la guerra.

L’introduzione del pedaggio per le navi che passano per Hormuz, approvata dal Parlamento iraniano, potrebbe aumentare ulteriormente le entrate.

Ogni petroliera che transita nello Stretto dovrà pagare 2 milioni di dollari.

E se le navi che passano saranno 10 al giorno, come prima della guerra, l’Iran incasserà altri 20 milioni di dollari al giorno.

Un flusso che, se mantenuto, frutterà 7 miliardi all’anno.

Ma c’è un’altra minaccia, forse più grave.

Gli Houthi dello Yemen, alleati dell’Iran, hanno già colpito navi nel Mar Rosso.

Se intervenissero in modo sistematico, il traffico globale di greggio si fermerebbe.

E il prezzo del petrolio salirebbe ancora.

Fino a 150, 200 dollari al barile.

Un livello che farebbe crollare l’economia mondiale.

Ma che renderebbe l’Iran ancora più ricco.

E mentre gli Stati Uniti e i loro alleati discutono su come fermare la guerra, l’Iran incassa.

Smettere di fumare.

 




Arriva il primo farmaco rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale per smettere di fumare: ecco come funziona

C’è una notizia, nel panorama della sanità italiana di queste ore, che segna una svolta nella lotta contro una delle principali cause di morte evitabile.

Il Servizio Sanitario Nazionale ha infatti inserito tra i farmaci rimborsabili un nuovo trattamento per la cessazione dal fumo a base di citisina, un principio attivo di origine vegetale estratto dal maggiociondolo (Cytisus laburnum).

La decisione, ufficializzata dall’AIFA con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, rende disponibile per i circa 12,5 milioni di fumatori italiani un’opzione terapeutica già raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e inserita nell’elenco dei farmaci essenziali.

Il meccanismo d’azione della citisina, commercializzata con il nome di Recigar, si basa su un principio farmacologico consolidato.

La molecola agisce come agonista parziale degli stessi recettori nicotinici dell’acetilcolina stimolati dalla nicotina.

In pratica, si lega ai recettori cerebrali occupandoli e impedendo alla nicotina di attivarli pienamente, riducendo così il piacere associato alla sigaretta.

Allo stesso tempo, produce un’attivazione parziale che allevia i sintomi dell’astinenza – irritabilità, ansia, insonnia e difficoltà di concentrazione – senza creare a sua volta tolleranza o assuefazione . “Agisce sugli stessi recettori della nicotina, ma con un effetto diverso: riduce il piacere associato al fumo e attenua i sintomi dell’astinenza”, spiega Claudio Leonardi, presidente della Società Italiana Patologie da Dipendenza.

Il trattamento segue un protocollo standard di 25 giorni con posologia decrescente. Si parte da 6 compresse al giorno nei primi tre giorni, riducendo gradualmente fino a 1-2 compresse al giorno nella fase finale.

L’obiettivo clinico è raggiungere la cessazione completa del fumo entro il quinto giorno dall’inizio della terapia.

Uno degli aspetti più rilevanti del farmaco è l’assenza di interazioni farmacologiche note, che lo rende particolarmente indicato per pazienti fragili, anziani o in polifarmacoterapia, cioè coloro che trarrebbero il maggior beneficio dall’abbandono delle sigarette.

L’efficacia della citisina è supportata da dati clinici significativi. Secondo uno studio condotto su 300 pazienti, con un singolo ciclo il 68,7 per cento dei fumatori aveva smesso dopo tre mesi, il 56 per cento dopo sei mesi e il 47 per cento dopo un anno.

Dati più recenti presentati al Congresso 2025 della European Respiratory Society parlano di tassi di cessazione superiori al 60 per cento dopo tre mesi di trattamento.

La molecola, nota da decenni nell’Europa dell’Est, è stata recentemente validata a livello internazionale con l’inclusione nelle linee guida OMS del 2024 e nella lista dei farmaci essenziali del 2025.

L’accesso al trattamento prevede due modalità.

Il farmaco è completamente rimborsato dal SSN quando prescritto nell’ambito di un percorso strutturato presso i centri antifumo, dove specialisti (pneumologi, cardiologi, medici di base o operatori dei SerD) possono seguire il paziente in un approccio multidisciplinare che integra la terapia farmacologica con il supporto psicologico.

In Italia sono attivi circa 110 centri antifumo, distribuiti in modo disomogeneo sul territorio.

Per chi non potesse o volesse rivolgersi a queste strutture, il farmaco rimane disponibile con prescrizione medica ma a carico del paziente, con un costo di circa 90-110 euro per l’intero ciclo .

Il quadro epidemiologico che giustifica l’intervento è impietoso.

In Italia, il fumo è responsabile di oltre 93.000 morti ogni anno e di costi sanitari diretti e indiretti superiori ai 26 miliardi di euro.

Il disturbo da uso di tabacco rappresenta la principale causa prevenibile di morte e disabilità, superando la combinazione di alcol, droghe illegali e incidenti stradali.

Il nuovo farmaco, che si affianca ad altre opzioni come cerotti, gomme e spray alla nicotina, costituisce un passo avanti nella parificazione della dipendenza da tabacco alle altre patologie croniche per le quali il Servizio Sanitario Nazionale garantisce già copertura farmacologica.




Centri antifumo:https://smettodifumare.iss.it/it/centri-antifumo/